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Seminario sulla Russia, Buonocore scrive a Il Desk: “non chiamatela censura”

Redazione by Redazione
18 Dicembre 2025
in Attualità, Notizie correlate
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Università Federico II

Università Federico II

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Sono Maria Nicola Buonocore e, facendo riferimento all’articolo firmato dal Direttore responsabile, dott. Ciro Crescentini, del 10 dicembre 2025 (https://www.ildesk.it/attualita/napoli-seminario-sulla-russia-finisce-nel-mirino-accuse-di-censura-e-clima-da-caccia-alle-idee/), vi ringrazio per l’attenzione riservata alla mia lettera indirizzata al Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici e per aver dato spazio al dibattito scaturito non solo dalla mia missiva, ma dai movimenti che da più parte sono emersi nella nostra società civile.

Ritengo, tuttavia, necessario fornire alcune precisazioni, affinché il senso della mia posizione (come quella di molti) non venga ricondotto, erroneamente, a una questione di censura o di limitazione della libertà di pensiero.

In primo luogo, desidero ringraziare l’ANPI per la risposta pubblica alle perplessità emerse, sebbene il mio interrogativo non fosse rivolto a loro. 

Non ho mai invocato alcuna censura. La libertà di espressione è un principio costituzionalmente garantito, mai messo in discussione. Tuttavia, è necessario distinguere tra il diritto di parola, che spetta a tutti, e la concessione di spazi istituzionali, che non è un diritto soggettivo ma una scelta discrezionale fondata su criteri di responsabilità, coerenza valoriale ed etica pubblica. L’università non è uno spazio neutro né indifferenziato: è un’istituzione educativa che opera sulla base di presupposti scientifici, costituzionali e deontologici.

Presentare questa vicenda come una battaglia per la “salvaguardia della democrazia” rischia di spostare il problema su un piano fuorviante. Non è la presenza di un convegno a generare timori o allarmi, bensì la legittimazione simbolica che deriva dal suo svolgimento all’interno di un’università pubblica, soprattutto quando l’evento non è configurabile né come dibattito pluralistico né come seminario scientifico (l’università non ha patrocinato, infatti, l’evento, come riferitomi dal Direttore). In assenza di pluralità di voci, di un impianto metodologico verificabile e di un chiaro inquadramento accademico, l’incontro non può essere ricondotto all’esercizio del pensiero critico che l’università è chiamata a promuovere.

È inoltre improprio parlare di “censura preventiva” quando i relatori coinvolti, di cui – non giriamoci intorno – si conoscono perfettamente le idee, dispongono già di un accesso ampio e continuativo allo spazio pubblico e mediatico, tra stampa nazionale, social media e programmi televisivi. Il tema, dunque, non è la possibilità di esprimere idee diverse, ma l’opportunità che tali idee vengano ospitate e simbolicamente accreditate da un’istituzione universitaria, la cui funzione non è quella di offrire una piattaforma indistinta, bensì di garantire rigore e responsabilità civile, soprattutto in un periodo storico come il nostro.

Alcune osservazioni contenute nell’articolo sembrano inoltre suggerire che l’evento abbia assunto, nel dibattito pubblico, un valore prevalentemente simbolico e identitario, più che essere orientato a un autentico esercizio di approfondimento critico dei temi affrontati. Su questo punto ritengo necessario un ulteriore chiarimento: la “maturità democratica delle università” non si misura nella disponibilità indiscriminata a offrire spazi a qualsiasi idea, ma nella capacità di garantire che il confronto ospitato sia coerente con i principi democratici e costituzionali che l’istituzione è chiamata a custodire.

Democrazia e tolleranza, infatti, non sono concetti neutrali né indifferenziati, né possono essere invocati in modo astratto e discrezionale. In loro nome non si può attribuire legittimazione istituzionale o scientifica a qualunque posizione, soprattutto quando essa entra in tensione con i valori e la funzione educativa dell’università. La responsabilità di un’istituzione accademica non consiste nel sospendere ogni criterio di discernimento in nome del pluralismo, ma nell’esercitarlo con rigore, proprio per preservare la qualità del dibattito pubblico e la sostanza stessa della democrazia.

E qui aggiungo, senza giri di parole, che le posizioni degli interlocutori, pur non ancora espresse nel contesto specifico dell’evento, sono ampiamente note nel dibattito pubblico. Posizioni che risultano a dir poco problematiche perché tendono a relativizzare l’aggressione russa e a presentare come “contro-narrazione” ciò che spesso sfocia in una lettura favorevole all’invasore, fino a evocare presunti climi di “russofobia” in Europa. E se posso permettermi un inciso molto personale e forse poco professionale: è peculiare che l’ANPI promuova eventi che siano antagonisti alla resistenza (e sottolineo, resistenza) del popolo ucraino contro l’invasore russo, ma che anzi, nascondendosi dietro la difesa dell'”autonomia del pensiero critico”, favoreggi per visioni che siano più vicine all’invasore anziché all’aggredito – su cui c’è veramente poco da dibattere, soprattutto con chi quelle terre le vive giorno per giorno.

In questo quadro, è legittimo interrogarsi – senza demonizzazioni né anatemi – sulla coerenza tra i valori costituzionali che l’università è chiamata a custodire e l’ospitalità concessa a posizioni che appaiono in tensione con la ricostruzione storica dei fatti (presupposti scientifici) e con il principio del ripudio della guerra (relativizzazione dell’aggressione russa). Il mio intervento si colloca esattamente su questo piano: quello del discernimento istituzionale, non della repressione di letture “non conformi”, tanto per citare il vostro articolo.

Segnalo infine che il Direttore del Dipartimento ha risposto alla mia richiesta di chiarimenti e che a tale risposta ho replicato ulteriormente, all’interno di un confronto istituzionale che considero doveroso e rispettoso. Allego qui la mia risposta, qualora di vostro interesse: https://drive.google.com/file/d/1XuLs59Lg04eymZ6W_WVLSvCAndkjJFl8/view?usp=sharing

Confido che queste precisazioni possano contribuire a riportare la discussione sul suo corretto piano: non la contrapposizione tra libertà e censura, ma la responsabilità etica dell’università come luogo della conoscenza e della coscienza.

Cordialmente, 

Dott.ssa Maria Nicola Buonocore 

Candidata al Dottorato di Ricerca all’Univerisità Comenio di Bratislava 

Project Manager e volontaria presso “Support Ukraine” ed “Prosperity Ukraine”

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