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Patrizio Spasiano, prima udienza del processo: USB parte civile per la morte del giovane lavoratore

Redazione by Redazione
8 Ottobre 2026
in Attualità, Caserta, Notizie correlate
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Ad Aversa il presidio davanti al Tribunale di Napoli Nord. USB e Potere al Popolo chiedono verità e giustizia e rilanciano la battaglia contro le morti sul lavoro

Ci sono morti che non possono essere archiviate come semplici incidenti. Ci sono storie che, oltre al dolore di una famiglia, pongono domande a un’intera comunità e chiamano direttamente in causa il modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro Paese. Quella di Patrizio Spasiano è una di queste. Questa mattina, davanti al Tribunale di Napoli Nord, ad Aversa, si sono ritrovati lavoratori, rappresentanti sindacali e militanti di USB e Potere al Popolo in occasione della prima udienza del processo per la morte del giovane lavoratore, deceduto il 10 gennaio 2025.

Patrizio aveva appena 19 anni. La sua morte ha lasciato una famiglia distrutta e ha riacceso, ancora una volta, i riflettori sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sulla precarietà, sugli appalti e sulla necessità di rafforzare i controlli e gli strumenti di tutela per chi lavora.

La prima udienza si è conclusa con un aggiornamento al prossimo 21 gennaio. Nel corso della giornata l’Unione Sindacale di Base ha formalizzato la propria costituzione di parte civile nel processo, scegliendo di accompagnare anche sul piano giudiziario la richiesta di verità e giustizia.

Davanti al tribunale, però, non c’erano soltanto le parole legate al processo. C’era soprattutto la volontà di dire che Patrizio non può diventare soltanto un nome dentro una statistica.

Patrizio Spasiano aveva 19 anni e si trovava a lavorare presso la Frigocaserta di Gricignano di Aversa. Secondo quanto denunciato da USB e Potere al Popolo, il giovane non era assunto direttamente dall’azienda presso la quale ha perso la vita, ma era legato a un’impresa appaltatrice, la Cofrin, attraverso un contratto della durata di un anno per 500 euro al mese.

Una condizione che, al di là degli accertamenti che spettano alla magistratura, apre una riflessione più ampia sulla situazione di tanti giovani che entrano nel mondo del lavoro attraverso percorsi precari e con un potere contrattuale estremamente limitato. Perché la precarietà non è soltanto una questione di salario. È anche una questione di libertà. La libertà di dire no quando qualcosa è pericoloso. La libertà di fermarsi. La libertà di chiedere strumenti adeguati. La libertà di contestare una procedura senza avere paura che il giorno dopo il lavoro possa non esserci più.

Ed è proprio su questo punto che si è concentrato l’intervento di Giuliano Granato, esponente nazionale di Potere al Popolo, presente questa mattina al presidio. L’esponente nazionale della sinistra radicale ha collegato direttamente la morte di Patrizio alla più generale condizione del lavoro precario e alla necessità di rafforzare i controlli nei luoghi di lavoro. «Siamo davanti a una strage: quattro morti al giorno sul lavoro. E spesso sono proprio quei ragazzi che la politica dice di voler difendere e ai quali promette un futuro. Patrizio era un saldatore, era uno stagista, lavorava per 500 euro al mese ed è stato ucciso da una fuga di ammoniaca», ha detto Granato, riportando così la vicenda del giovane di 19 anni dentro una situazione che riguarda migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Secondo l’esponente di Potere al Popolo, il problema non può essere affrontato soltanto dopo che una tragedia si è consumata: «In questo Paese non ci sono sufficienti controlli e non ci sono pene adeguate per chi provoca la morte di un lavoratore sul posto di lavoro».

Da qui la necessità, a suo giudizio, di intervenire sia sul piano legislativo sia soprattutto su quello della prevenzione. Granato ha ricordato la richiesta dell’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che «sicuramente può funzionare come deterrente», ma ha insistito sul fatto che il primo intervento debba essere il rafforzamento dei controlli: «Non è possibile che l’Ispettorato sia così sotto organico. Non è possibile che le aziende non subiscano mai controlli adeguati».

A questo deve aggiungersi, ha spiegato, un maggiore potere per le rappresentanze dei lavoratori per la sicurezza, che devono poter intervenire concretamente nei luoghi di lavoro e avere gli strumenti necessari per farlo. Ma il nodo centrale del ragionamento di Granato è quello della precarietà, perché la sicurezza è strettamente legata anche alla possibilità concreta di un lavoratore di poter dire no davanti a un rischio. «Bisogna abbattere la precarietà. Perché se sei uno stagista, prendi 500 euro al mese e hai difficoltà a dire di no anche davanti a una situazione pericolosa. Hai difficoltà a dire: “Io sotto quel trabattello non ci salgo”, perché sai che il giorno dopo magari non ti rinnovano, non ti chiamano più, non vai più a lavorare».

È proprio questa paura di perdere il lavoro, secondo Granato, a rendere ancora più fragile la posizione di chi è precario e soprattutto di chi è giovane e si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro. La sicurezza, dunque, non può essere separata dalle condizioni contrattuali: «Se una persona ha paura di perdere il lavoro, diventa molto più difficile per quella persona rifiutarsi di svolgere un’attività che considera pericolosa».

Da qui la richiesta di intervenire contemporaneamente sui controlli, sulle rappresentanze dei lavoratori e sulla precarietà. Perché, conclude Granato, «il lavoro deve dare dignità, non deve mettere a rischio la vita».

Una morte che non può essere considerata una fatalità

Il punto di partenza della mobilitazione di oggi è stato chiaro: la morte di Patrizio non deve essere considerata una fatalità. Un incidente sul lavoro non può essere raccontato soltanto attraverso la dinamica dell’evento. Occorre chiedersi che cosa sia successo prima. Quali fossero le condizioni di lavoro. Quali procedure fossero previste. Se fossero state rispettate le norme sulla sicurezza. Se i lavoratori fossero stati adeguatamente formati. Se i controlli fossero stati sufficienti. E soprattutto se quella morte potesse essere evitata.

Saranno naturalmente le autorità competenti e il processo a stabilire i fatti e le eventuali responsabilità relative alla vicenda di Patrizio. Ma il tema politico e sociale sollevato questa mattina da USB e Potere al Popolo va oltre il singolo procedimento.

Perché se un ragazzo muore mentre lavora, la prima domanda che una società dovrebbe porsi è come impedire che accada di nuovo. Non dopo. Prima.

USB si costituisce parte civile

In questo quadro si inserisce la scelta dell’Unione Sindacale di Base di costituirsi parte civile nel processo. La presenza di USB davanti al Tribunale di Napoli Nord non è stata quindi soltanto una manifestazione di solidarietà.

Il sindacato di base ha deciso di entrare direttamente nel procedimento giudiziario, rivendicando il diritto a seguire da vicino l’accertamento delle responsabilità per la morte di Patrizio. La costituzione di parte civile arriva proprio nel giorno della prima udienza.

Un passaggio che assume un valore particolare anche sul piano simbolico: il sindacato vuole essere accanto alla famiglia e mantenere alta l’attenzione su una vicenda che rischierebbe, come tante altre, di scomparire rapidamente dalle cronache. Per USB la morte di Patrizio deve diventare anche l’occasione per riportare al centro la questione delle condizioni di lavoro. Non soltanto nel giorno dell’udienza. Ogni giorno.

La strage silenziosa dei luoghi di lavoro

Il caso di Patrizio si inserisce in un quadro più ampio che da anni vede l’Italia fare i conti con un numero drammatico di morti sul lavoro.

La definizione utilizzata durante il presidio è stata quella di una vera e propria «mattanza». Una parola forte, scelta per sottolineare la continuità del fenomeno. Quando le morti sul lavoro diventano quotidiane, il rischio più grande è l’assuefazione. Una tragedia oggi. Un’altra domani. Un titolo sui giornali. Un servizio televisivo. Una dichiarazione politica. Poi tutto ricomincia. Ed è proprio questo meccanismo che USB e Potere al Popolo contestano. La morte sul lavoro non può diventare una voce normale della cronaca. Non può essere considerata il prezzo inevitabile della produzione. Non può essere trattata come una fatalità. Ogni morte deve generare una domanda. E ogni domanda deve produrre una risposta.

Il nodo degli appalti e della precarietà

La storia di Patrizio porta inevitabilmente anche a interrogarsi sul sistema degli appalti e dei rapporti di lavoro. Il giovane, secondo quanto riferito dalle organizzazioni presenti al presidio, non era direttamente assunto dalla Frigocaserta, l’azienda presso la quale ha perso la vita, ma era legato alla Cofrin, impresa appaltatrice. È un elemento che dovrà essere valutato nell’ambito degli accertamenti giudiziari, ma che permette di aprire una riflessione su un mondo del lavoro nel quale le responsabilità possono articolarsi lungo catene produttive sempre più complesse.

Appalti, subappalti, contratti temporanei, tirocini: il lavoratore resta spesso l’anello più debole. E quando qualcosa va storto, la domanda fondamentale diventa: chi aveva il dovere di garantire che quella persona lavorasse in sicurezza? La risposta non può essere affidata alla logica dello scaricabarile. La sicurezza deve essere garantita a tutti, indipendentemente dall’azienda che formalmente firma il contratto. Non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Non può esistere una sicurezza diversa in base al contratto.

Più controlli, più prevenzione

Tra le richieste portate oggi davanti al Tribunale di Napoli Nord c’è anche il potenziamento dei controlli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. È una questione centrale. La sicurezza non si costruisce soltanto attraverso le leggi. Servono strutture capaci di controllare che quelle leggi vengano rispettate. Servono ispettori. Servono risorse. Servono strumenti. Servono controlli frequenti ed efficaci. La prevenzione deve arrivare prima dell’incidente. Perché quando si interviene dopo una morte, il sistema ha già fallito nella sua funzione più importante.

Il rafforzamento dell’Ispettorato e degli organi di vigilanza significa quindi investire nella possibilità concreta di individuare le situazioni di rischio prima che si trasformino in tragedie. Significa entrare nei luoghi di lavoro. Verificare. Contestare le violazioni. Imporre il rispetto delle norme. E, quando necessario, fermare le attività pericolose.

Il reato di omicidio sul lavoro

USB e Potere al Popolo hanno rilanciato anche la richiesta dell’introduzione del reato di omicidio sul lavoro. Una proposta che da tempo attraversa il dibattito sindacale e politico e che viene indicata dai promotori come uno degli strumenti attraverso i quali rafforzare la responsabilità e la funzione deterrente della legge. Il tema è particolarmente delicato perché ogni vicenda deve essere valutata sulla base dei fatti e delle responsabilità concretamente accertate. Ma la domanda politica resta: l’ordinamento dispone di strumenti sufficientemente incisivi per contrastare quelle condotte che mettono consapevolmente a rischio la vita dei lavoratori? Per chi oggi era davanti al tribunale, la risposta è no. E da qui nasce la richiesta di una normativa più forte e più specifica. Ma il reato di omicidio sul lavoro, da solo, non sarebbe sufficiente. Come è stato ribadito durante il presidio, occorre agire prima che la morte avvenga.

Rafforzare il ruolo dei lavoratori

La sicurezza non può essere delegata esclusivamente ai vertici aziendali. Chi lavora deve avere strumenti concreti per segnalare i rischi. I rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza devono poter svolgere pienamente il proprio ruolo. Devono avere accesso alle informazioni. Devono poter segnalare le criticità. Devono poter intervenire. E soprattutto devono poterlo fare senza subire pressioni o conseguenze. Perché spesso chi lavora conosce meglio di chiunque altro i problemi quotidiani di un reparto, di un magazzino, di una fabbrica o di un cantiere. La prevenzione passa anche da lì. Dalla possibilità di ascoltare chi ogni giorno vive il luogo di lavoro.

Un ragazzo non può essere soltanto una statistica

Patrizio aveva 19 anni. È forse questo il dato che più di ogni altro rende difficile parlare della sua morte soltanto attraverso i numeri. Diciannove anni significa essere all’inizio della vita adulta. Significa avere davanti progetti, speranze, relazioni, possibilità. Significa entrare nel mondo del lavoro con poca esperienza e con la necessità di essere formati e accompagnati.

La sua morte impone dunque una domanda anche sul modo in cui i giovani vengono inseriti nel mondo del lavoro. Quale formazione ricevono? Quali strumenti hanno per riconoscere una situazione di pericolo? Chi li accompagna? Chi li controlla? Chi controlla l’azienda? Chi garantisce che un giovane alla prima esperienza non venga esposto a rischi che non è in grado di valutare?

Sono domande che non riguardano soltanto Patrizio. Riguardano una generazione intera.

Il lavoro deve dare dignità

Il messaggio emerso dalla manifestazione di questa mattina è semplice ma radicale: il lavoro deve dare dignità. Non può diventare una minaccia. Non può costringere una persona a scegliere tra lo stipendio e la propria sicurezza. Non può chiedere a un giovane di accettare condizioni pericolose perché ha paura di non essere richiamato il giorno successivo. La sicurezza deve essere un diritto effettivo. Non una promessa. Non una formula inserita nei documenti. Non un obbligo soltanto sulla carta. Un diritto reale.

Il 21 gennaio una nuova udienza. La prima udienza del processo si è conclusa con un aggiornamento al prossimo 21 gennaio. Sarà un’altra tappa di un percorso giudiziario che dovrà accertare i fatti e le eventuali responsabilità nella morte di Patrizio. Per la sua famiglia sarà un altro momento difficile. Per USB sarà un’altra occasione per ribadire la propria presenza e la propria costituzione di parte civile. Per Potere al Popolo sarà un altro momento per rilanciare la battaglia sulla sicurezza e contro la precarietà. Ma soprattutto sarà un’altra occasione per ricordare che dietro il processo c’è una persona. Un ragazzo di 19 anni.

Verità, giustizia, sicurezza

Davanti al Tribunale di Napoli Nord, questa mattina, il nome di Patrizio Spasiano è stato accompagnato da tre parole: verità, giustizia, sicurezza. Verità, perché bisogna conoscere fino in fondo ciò che è accaduto. Giustizia, perché una morte sul lavoro non può essere liquidata come un inevitabile incidente. Sicurezza, perché la prevenzione deve arrivare prima della tragedia. Il processo dovrà fare il suo corso. La magistratura dovrà accertare i fatti. Ma la società non può aspettare il termine di un processo per interrogarsi sulla strage quotidiana delle morti sul lavoro. La politica deve intervenire. Le istituzioni devono rafforzare i controlli. Le aziende devono garantire la sicurezza. I lavoratori devono avere più potere e più strumenti. E la precarietà deve smettere di essere utilizzata come una condizione che rende più debole chi lavora.

Patrizio non può tornare. Nessuna sentenza potrà restituirlo alla sua famiglia. Ma la verità e la giustizia possono impedire che la sua morte venga dimenticata. E soprattutto possono contribuire a fare in modo che il suo nome non resti soltanto quello di un’altra vittima. Per Patrizio. Per la sua famiglia. Per tutte le persone che non sono più tornate a casa dal lavoro. E per tutti quelli che domani mattina entreranno in una fabbrica, in un magazzino, in un cantiere, in un’azienda o in qualsiasi altro luogo di lavoro.

Con un diritto fondamentale, che dovrebbe essere scontato ma che ancora oggi deve essere rivendicato: tornare a casa vivi.

Ciro Crescentini

Tags: morte sul lavoropatrizio spasianopotere al popoloprocesso AversaUsb
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