Scatta la solidarietà dei Carc: «Vittime della repressione del governo contro chi sostiene la Palestina»
E’ indagata per istigazione a delinquere anche la moglie di Youssef Siher, il trentenne fermato nella notte dopo un lungo interrogatorio nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulle manifestazioni organizzate dal “Movimento 17 ottobre”. Il giovane è accusato di essere la “mente” dietro agli scontri che hanno funestato il centro del capoluogo lombardo. La donna, trentaduenne di origini libanesi, è finita nel registro degli indagati in concorso con il marito: secondo gli inquirenti, entrambi sarebbero i coamministratori delle pagine Instagram e Telegram del movimento che ha coordinato le proteste di piazza — una pagina sorta, ironia della dinamica social, proprio dopo le manifestazioni del 17. È stato peraltro grazie al cellulare della donna che gli investigatori, nella mattinata di sabato, sono riusciti a rintracciare Siher, che aveva tenuto il telefono spento risultando inizialmente irreperibile.

È proprio da queste contestazioni e da questo impianto accusatorio che si è scatenata la consueta macchina mediatica. La ricetta, del resto, è quella di sempre: un trentenne plurilaureato, incensurato e dichiaratamente pro-Palestina, l’identikit perfetto da confezionare per il pubblico dei talk show e dei social network al fine di sfamare una politica affamata di consenso facile e un sistema informativo a caccia di click. Ma, al di là dei titoli a effetto, è doveroso fermarsi e porsi alcune domande fondamentali: di cosa sono accusati davvero questi ragazzi? Di aver espresso solidarietà alla lotta del popolo palestinese? Di aver gridato il proprio no di fronte a un massacro inaccettabile?
Senza che vi sia uno straccio di prova vagliata in un’aula di tribunale, senza un processo e senza una sentenza, la condanna a morte mediatica è già stata emessa sui social e nei giornali. Persino chi dovrebbe difendere l’imparzialità delle istituzioni partecipa senza remore al linciaggio pur di strappare un like. Questo non è giornalismo e non è politica: è il massacro preventivo di persone e la progressiva erosione dello Stato di diritto attraverso un giustizialismo d’accatto che puzza di ipocrisia. Si ripete così un copione già visto con altri attivisti, trasformati sistematicamente nella “minaccia per eccellenza”.
In questo clima di forte polarizzazione, una netta presa di posizione è arrivata dal Partito dei Carc, che ha espresso piena solidarietà agli indagati attaccando frontalmente la narrazione ufficiale: «La sua fotografia sta facendo il giro dei media e del web, contro di lui si stanno scatenando la denigrazione e la criminalizzazione, i ministri reazionari del governo Meloni lo presentano come l’ideatore e il responsabile di una mai ben chiarita “associazione a delinquere” che ha orchestrato gli scontri nelle città italiane».
La formazione politica comunista individua nel caso un uso strumentale della repressione: «La verità è che la polizia politica, il ministro Piantedosi e il governo Meloni dimostrano di non essere in grado di fronteggiare la ribellione dei giovani se non militarizzando i territori con arresti arbitrari, fermi preventivi e menzogne. Quali che siano le accuse, Youssef Siher è una delle tante vittime della repressione».
I Carc sottolineano infine come l’attacco mediatico serva a coprire il dissenso reale: «Le fotografie che campeggiano su ogni giornale borghese sono un diversivo per nascondere l’enorme mobilitazione popolare che ha spazzato via le speculazioni sulla “manipolazione dei giovani tramite i social”. Occorre moltiplicare le iniziative per fare del 30 ottobre una giornata di sciopero generale che fermi il Paese».

Se volevamo un’ulteriore conferma della progressiva trasformazione securitaria del nostro Paese, del resto, basta guardare fuori dalla finestra: l’esercito — ormai parte stabile e integrante del panorama urbano — e l’impiego di reparti speciali come la Folgore schierati apertamente nelle nostre città offrono la misura plastica di un mutamento profondo.
A questo si aggiungono pratiche inquietanti come i fermi e gli arresti preventivi, che richiamano alla mente i meccanismi della detenzione amministrativa, e la repressione che colpisce chiunque alzi la voce a favore della causa palestinese.
Il quadro numerico tracciato in queste settimane parla chiaro e restituisce l’immagine di un giro di vite pesantissimo: arresti, 87 denunce e ben 4.292 persone identificate, con accuse di terrorismo cucite di sana pianta su chi si batte legittimamente per il diritto alla resistenza del popolo palestinese. Quando il dissenso viene trattato come una questione di ordine pubblico e antiterrorismo, non siamo più di fronte alla normale dialettica democratica: questa è roba da Stato di polizia. Difendere lo Stato di diritto significa rifiutare la logica del “mostro in prima pagina” e pretendere che le responsabilità vengano accertate esclusivamente nelle sedi giudiziarie.
Ciro Crescentini
