Porti, autostrade, scuole e stazioni paralizzate. In piazza centinaia di migliaia contro il genocidio, il riarmo e l’economia di guerra.
Dalle autostrade ai porti, dai binari ferroviari ai poli universitari: una mobilitazione senza precedenti ha paralizzato il Paese. La protesta si è levata contro il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, il riarmo globale e la complicità dell’Italia attraverso accordi militari e forniture di armi. Piazze straripanti in oltre 80 città italiane: è lo sciopero generale promosso da USB, CUB, SGB e altre sigle sindacali di base, con l’adesione di centinaia di associazioni, collettivi studenteschi, lavoratori e semplici cittadini.

Una risposta popolare imponente, determinata, trasversale. Nonostante la pioggia battente in molte località, le strade italiane si sono riempite di manifestanti, lavoratori dei trasporti, insegnanti, studenti, medici, disoccupati, migranti e famiglie. Secondo le stime degli organizzatori, oltre 100.000 persone hanno partecipato solo nei principali centri urbani, ma il dato reale potrebbe essere molto più alto.

A Roma, Milano, Bologna, Napoli, Genova, Torino, Palermo, Firenze, Venezia, Pisa, Cagliari, Catania e Trieste – solo per citarne alcune – si sono registrate presenze di massa e blocchi strategici. In ogni corteo una parola d’ordine dominante: fermare il genocidio, rompere la complicità italiana, smettere di finanziare la guerra.
I porti strategici, come Genova, Livorno, Marghera, Ravenna, Trieste e Cagliari, sono stati paralizzati sin dal mattino grazie alla mobilitazione congiunta di portuali, studenti e lavoratori dei settori pubblici e privati. A Genova, oltre 600 lavoratori hanno bloccato i varchi in via San Benigno e via Albertazzi, in uno sciopero definito «storico» dai sindacati di base. A Livorno, il varco portuale è stato chiuso dalle 6 del mattino.

Le autostrade italiane hanno visto blocchi in punti nevralgici: a Bologna 50mila persone hanno occupato la tangenziale e l’A14, mentre a Firenze il traffico è stato paralizzato nei pressi del casello di Calenzano sull’A1. A Pisa, il corteo ha invaso la superstrada Firenze-Pisa-Livorno, diretti all’aeroporto.
Le stazioni ferroviarie principali sono state presidiate o occupate: a Milano, Roma, Napoli e Torino sono stati chiusi temporaneamente ingressi e binari. A Napoli, un gruppo ha sfondato i cancelli della stazione per un’occupazione simbolica. A Roma Termini il presidio ha impedito l’accesso allo scalo fino al primo pomeriggio.

A Venezia, oltre 20mila persone hanno bloccato per ore il porto di Marghera. Il corteo – composto da lavoratori, studenti e movimenti sociali – ha sfilato sotto la pioggia torrenziale. Quando la polizia ha cercato di respingere l’avanzata con idranti, alcuni manifestanti hanno risposto con lanci di bottiglie prima di arretrare.

A Trieste, 7mila persone hanno marciato verso piazza della Libertà. Un gruppo ha lanciato sassi contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni. A Torino, 10mila persone hanno occupato i binari nei pressi di Porta Nuova, mentre gli studenti hanno bloccato l’Università e numerosi istituti superiori.

Le università e le scuole sono state teatro di occupazioni e blocchi in tutto il Paese. A Roma, Bologna, Torino e Firenze, studenti e docenti hanno bloccato interi poli universitari. A Bologna, sono stati transennati gli ingressi di Matematica e Giurisprudenza, mentre a Roma la facoltà di Lettere è stata occupata. A Pisa, le scuole superiori hanno sospeso le lezioni per assenza di personale aderente allo sciopero.

La parola d’ordine che ha unito tutti gli spezzoni dei cortei è stata la stessa: fermare la complicità militare italiana, il commercio di armi e il riarmo. Una protesta contro l’intero assetto di guerra e la crescente militarizzazione, che – secondo i promotori – porta l’Italia a essere «corresponsabile di ogni bomba che cade su Gaza».
I manifestanti hanno chiesto la cancellazione degli accordi militari con Israele e Stati Uniti, la fine delle forniture belliche e la riconversione dell’industria bellica. Davanti alle sedi di Leonardo a Firenze e in altri centri, si sono svolti presidi per denunciare il coinvolgimento dell’azienda nella produzione di armamenti impiegati nei bombardamenti su Gaza.

A Napoli, lungo il corteo partito da piazza Mancini, sono state bruciate simbolicamente le foto di Netanyahu e Meloni. Uno striscione recitava: “Giù le mani da Gaza, basta massacri finanziati coi nostri soldi”. A Palermo, 20mila persone hanno sfilato dietro al messaggio: “Abbassate le armi, alzate i salari”.
Le voci dalle piazze parlano di una giornata carica di tensione, ma anche di speranza.
«Stiamo scrivendo la storia», ha dichiarato Dafne Anastasi, dell’USB Catania. «Oggi lavoratori che non avevano mai scioperato prima hanno scelto di farlo per Gaza. Un gesto semplice ma radicale: bloccare per non essere complici».
«Blocchiamo le infrastrutture e la produzione perché è lì che passa la guerra», ha detto un portuale a Genova. «Con le nostre mani non carichiamo più la morte». «Vogliamo salari, non missili. Scuole, non droni. Sanità, non cannoni», ha gridato un’insegnante in corteo a Roma. «Se il governo arma Israele, noi fermiamo l’Italia», è stato il coro lanciato contemporaneamente in molte città.
I promotori annunciano che la mobilitazione non si fermerà qui. Nuove giornate di lotta sono già previste nei prossimi giorni, a partire dal 24 settembre, quando a Livorno è previsto un nuovo blocco del porto in concomitanza con l’arrivo di una nave militare statunitense.
Il 22 settembre 2025 si chiude così come una giornata di lotta destinata a lasciare il segno. Non solo per i numeri, ma per la determinazione. Un popolo che, al grido di «Free Palestine», ha dimostrato che anche nel cuore d’Europa c’è chi non accetta di restare in silenzio.
Ciro Crescentini
