La decisione della Suprema Corte riaccende il dibattito sul rapporto tra industria, tutela ambientale e occupazione. Ma la domanda resta: perché non si è investito prima in una riconversione capace di proteggere la salute dei cittadini e garantire il lavoro?
La salute pubblica non può essere subordinata alle esigenze della produzione industriale. È il principio che torna prepotentemente al centro della vicenda dell’ex Ilva di Taranto, dopo che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando la sospensione dell’attività dell’area a caldo. Una decisione che segna un passaggio decisivo in una crisi industriale e ambientale che da anni divide il Paese e che oggi pone interrogativi urgenti sulle responsabilità del passato e sulle scelte per il futuro.
Al centro della pronuncia c’è un diritto fondamentale: quello alla salute, che non può essere sacrificato in nome della continuità produttiva. I rischi evidenziati dai giudici, compresa la presenza di 2.140 tonnellate di amianto nei cowpers degli altiforni, rendono evidente la necessità di affrontare con determinazione le criticità dello stabilimento. Per Taranto, però, questa vicenda non riguarda soltanto il destino di una fabbrica: riguarda la qualità della vita, la sicurezza dei cittadini e la possibilità di costruire un modello di sviluppo finalmente sostenibile.
Resta allora una domanda che la politica e le istituzioni non possono più eludere: perché non si è intervenuti prima con investimenti adeguati per risanare gli impianti, ridurre drasticamente le emissioni e contrastare l’inquinamento? Perché non è stata realizzata per tempo una strategia industriale alternativa, capace di conciliare produzione, ambiente e tutela occupazionale?
Lo stop agli altiforni apre infatti una questione sociale di enorme portata. Migliaia di lavoratori, tra occupazione diretta e indotto, attendono risposte concrete. Difendere la salute non significa ignorare il lavoro, così come tutelare l’occupazione non può giustificare l’esposizione delle persone a rischi sanitari. La contrapposizione tra questi due diritti non è una soluzione: è il risultato di una politica industriale che deve ora dimostrare di saper cambiare rotta.
La sfida è trasformare una crisi drammatica in un’occasione di riscatto, attraverso bonifiche, tecnologie meno inquinanti, nuove attività produttive e garanzie occupazionali verificabili.
Taranto non deve scegliere tra respirare aria pulita e avere un lavoro. Deve poter contare su entrambi. E proprio per questo la salute deve rappresentare il punto di partenza di ogni decisione, non una variabile da considerare quando ormai è troppo tardi.
Ciro Crescentini
