Ventotto indagati e cinque società nell’inchiesta della Procura di Taranto. Nel mirino anche l’ex direttore Labile e l’ex ispettore Ispra Astorri. Contestato un presunto profitto illecito da 342 milioni di euro sulle quote di CO₂
La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, Alessandro Labile, già direttore dello stabilimento siderurgico, e Francesco Astorri, ex responsabile del nucleo ispettivo di Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le accuse, ancora da accertare in sede giudiziaria, riguardano presunte alterazioni delle emissioni, controlli ambientali che sarebbero stati falsati, manutenzioni non eseguite e irregolarità nella gestione delle quote europee di CO₂, con un presunto profitto illecito di circa 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea. L’inchiesta coinvolge complessivamente 28 persone e cinque società. Per otto indagati viene ipotizzata l’associazione per delinquere, mentre tra le contestazioni figura anche il disastro ambientale.
È il quadro delineato dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo nell’indagine che investe la gestione dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024. Il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano ha disposto gli interrogatori preventivi per il 3 novembre, prima di decidere sulle misure cautelari richieste.
La portata della vicenda va oltre i nomi coinvolti e le dimensioni economiche delle contestazioni. Il punto più delicato è il sospetto che le irregolarità non abbiano riguardato soltanto la gestione degli impianti, ma anche l’attività di chi avrebbe dovuto verificarne il rispetto delle prescrizioni ambientali. Un’ipotesi che, se confermata, chiamerebbe in causa l’affidabilità di un sistema di controllo essenziale per la tutela della salute pubblica e dell’ambiente.
Il sospetto di un sistema di controlli addomesticati
Secondo la ricostruzione della Procura, Astorri avrebbe falsato gli esiti delle verifiche effettuate nello stabilimento per favorire l’impresa sottoposta a controllo. È una delle contestazioni più delicate dell’inchiesta, perché investe direttamente l’indipendenza dell’attività ispettiva.
Gli inquirenti ipotizzano inoltre un collegamento tra le condotte contestate e la prospettiva di un incarico professionale. Morselli e Labile avrebbero promesso ad Astorri il conferimento della direzione del Servizio Val – Asi/RTec di Ispra, posizione per la quale il funzionario aveva presentato domanda. Secondo l’accusa, i due avrebbero anche segnalato il suo nominativo alla viceministra dell’Ambiente Vannia Gava, che non risulta indagata.
La viceministra è stata chiamata in causa nella ricostruzione investigativa esclusivamente in relazione alla presunta segnalazione del nominativo. L’ufficio stampa del ministero ha precisato che Gava non ha funzioni di vigilanza né deleghe su Ispra, la cui vigilanza fa capo al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Il dicastero ha inoltre chiarito che le nomine avvengono secondo il regolamento dell’istituto e che Astorri, pur avendo presentato la propria candidatura attraverso un interpello, non è mai diventato direttore.
Saranno gli accertamenti giudiziari a stabilire la fondatezza delle contestazioni e le eventuali responsabilità individuali. Resta però centrale la questione dell’indipendenza dei controlli: le verifiche ambientali costituiscono uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali le istituzioni garantiscono il rispetto delle regole da parte degli impianti industriali.
La partita delle quote di CO₂: il presunto profitto da 342 milioni
Un secondo filone dell’indagine riguarda le quote di emissione di anidride carbonica e il sistema europeo Ets, il meccanismo che disciplina lo scambio delle quote di gas a effetto serra.
Secondo l’ipotesi investigativa, le condotte esaminate avrebbero determinato un ingiusto profitto di circa 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea. La cifra costituisce uno degli elementi economicamente più rilevanti del procedimento, ma la sua effettiva portata dovrà essere valutata nel corso dell’iter giudiziario.
Per questa parte dell’inchiesta, la Procura ha chiesto la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio per otto componenti del comitato Ets del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Il comitato si occupa dell’attuazione del sistema di scambio delle quote di emissione previsto dalla normativa europea. Per altre due persone con funzioni direttive in Acciaierie d’Italia è stato invece richiesto il divieto di esercitare ruoli di direzione in imprese sottoposte ad autorizzazione integrata ambientale.
L’indagine punta dunque a verificare anche il funzionamento delle procedure amministrative legate alle emissioni e l’eventuale esistenza di condotte capaci di produrre vantaggi economici indebiti. Un passaggio che interessa non soltanto la gestione della fabbrica pugliese, ma anche l’applicazione delle regole europee che disciplinano le emissioni industriali.
Le manutenzioni mancate e il rischio ambientale
Accanto alle emissioni e alle quote di CO₂, la magistratura indaga sulle manutenzioni che, secondo l’accusa, non sarebbero state eseguite all’interno dello stabilimento.
È un aspetto centrale per comprendere la complessità del procedimento. Le condizioni degli impianti, la regolarità degli interventi manutentivi e il rispetto delle prescrizioni ambientali sono elementi che devono essere verificati sulla base di documenti, accertamenti tecnici e responsabilità precise.
La Procura contesta a vario titolo diverse ipotesi di reato e, per otto persone, prospetta l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le contestazioni figura anche il disastro ambientale.
Sarà necessario accertare quali condotte siano attribuibili ai singoli indagati, quali obblighi siano stati eventualmente violati e quali conseguenze possano essere dimostrate. La responsabilità penale, infatti, deve essere individualizzata e provata nel corso del procedimento.
I nomi coinvolti e il nodo delle responsabilità
Oltre a Morselli, Labile e Astorri, tra gli indagati figurano Franco Bernabè, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia, e Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal SA. L’indagine coinvolge inoltre altre persone che hanno ricoperto incarichi in Acciaierie d’Italia e i componenti del comitato Ets destinatari delle richieste interdittive.
La presenza di figure di vertice rende particolarmente rilevante la ricostruzione della catena decisionale: chi aveva competenze gestionali, chi era responsabile delle manutenzioni, chi effettuava i controlli e chi interveniva sulle procedure amministrative.
Non è la notorietà degli indagati a determinare la gravità delle accuse, ma la natura delle condotte ipotizzate e il ruolo che ciascuno avrebbe eventualmente svolto. Proprio per questo, l’inchiesta dovrà chiarire le singole posizioni senza sovrapporre responsabilità aziendali, tecniche e amministrative.
Taranto, una vicenda che riguarda l’interesse pubblico
Per Taranto, l’indagine si inserisce in una storia industriale segnata da un conflitto profondo tra produzione, occupazione, tutela ambientale e salute pubblica. La città ha bisogno di risposte verificabili, di controlli credibili e di informazioni trasparenti sulle condizioni degli impianti.
La questione non può essere ridotta a una contrapposizione tra lavoro e ambiente. La sicurezza dei lavoratori, la continuità occupazionale e la protezione della popolazione devono essere affrontate attraverso responsabilità chiare e regole effettivamente rispettate.
Se le ipotesi della Procura trovassero conferma, il caso assumerebbe una rilevanza ancora maggiore proprio per il possibile coinvolgimento di chi era chiamato a garantire l’affidabilità delle verifiche. Perché il sistema dei controlli pubblici deve poter operare senza condizionamenti e deve essere in grado di individuare le irregolarità, non di lasciare dubbi sulla loro rilevazione.
Il 3 novembre davanti al gip
Il prossimo passaggio è fissato per il 3 novembre, quando si svolgeranno gli interrogatori preventivi disposti dal giudice per le indagini preliminari. Al termine, il gip dovrà valutare le richieste cautelari presentate dalla Procura.
Le richieste di arresto non equivalgono a misure già disposte e le contestazioni non costituiscono responsabilità accertate. Ogni indagato conserva il diritto alla difesa e alla presunzione di innocenza.
L’inchiesta pone tuttavia interrogativi rilevanti sulla gestione dell’ex Ilva, sulle procedure di controllo ambientale e sull’applicazione delle regole relative alle emissioni. Accertare i fatti, ricostruire le responsabilità e verificare l’effettivo funzionamento dei sistemi di vigilanza sarà decisivo per il procedimento giudiziario e per la credibilità delle istituzioni coinvolte.
A Taranto, dove il rapporto tra industria e tutela della salute resta una questione fondamentale, la posta in gioco è anche la fiducia dei cittadini nelle garanzie pubbliche. Una fiducia che può essere tutelata soltanto attraverso controlli indipendenti, trasparenza e responsabilità dimostrate.
Alessandro Manna

