Formosa è Argentina

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Il 24 marzo per l’Argentina è il giorno della Memoria: la data in cui si ricorda l’inizio di una delle dittature militari più violente e sanguinarie di tutta l’America Latina, che in sette anni, dal ’76 al ’83, portò all’uccisione di almeno trentamila oppositori politici. Anche quest’anno, nonostante l’emergenza sanitaria per l’epidemia da covid-19, sono state tante le iniziative per commemorare le vittime di quei drammatici anni, molte delle quali hanno visto la partecipazione di esponenti dell’attuale governo progressista. In realtà, le commemorazioni sono iniziate sabato 19 con l’omaggio del Presidente Alberto Fernandez ai lavoratori desaparecidos durante la dittatura. Dalla sala congressi della ex ESMA, oggi museo per la memoria dei crimini della dittatura e spazio culturale per la promozione e la difesa dei diritti umani, il Capo di Stato ha insistito sull’importanza di mantenere vivo nella cittadinanza il ricordo di quei terribili anni affinché quella brutta pagina della storia argentina non si ripeta mai più. I peronisti che oggi sono nuovamente al governo, ha aggiunto Fernandez, hanno appreso la lezione: «[…] da allora per noi la politica non ha altro scopo se non quello di migliorare le condizioni di vita dell’essere umano dandogli più diritti».

   Mercoledì 24 marzo, invece, è stato il turno di Cristina Fernandez de Kirchner. La vicepresidente si è recata nella località bonaerense di Las Flores per inaugurare uno Spazio della Memoria nella sede della ex Brigata di Investigazioni che negli anni del governo militare funzionò come centro clandestino di detenzione per gli oppositori politici. Anche Cristina Kirchner ha ribadito il ruolo fondamentale della memoria collettiva: il golpe – ha sottolineato la vicepresidente – non portò solo morte ed esilio, inculcò nella mente degli argentini un modello economico infermo che non mirava al progresso del Paese, ma al suo sfruttamento e depauperamento.

   Insomma, anche quest’anno le belle parole, da parte del kirchnerismo e, più in generale, della coalizione peronista di governo, non sono mancate; eppure, nel giorno della celebrazione dei diritti umani, nessun esponente di governo ha fatto riferimento alle loro violazioni che da un anno a questa parte subiscono gli abitanti della provincia di Formosa per mano del loro governatore, il peronista Gilbo Insfrán.

  Dal marzo 2020, cioè da quando il Presidente Fernandez impose la quarantena obbligatoria a tutto il territorio nazionale, questa vecchia volpe della politica argentina, al governo della sua provincia dal 1997 (prima come vice governatore e poi come governatore) grazie ad una politica clientelare ben oliata (a Formosa più del 80% dei cittadini vive di denaro pubblico), attua come un feudatario medievale, o peggio, come un gerarca nazista. Nei giorni immediatamente successivi all’annuncio presidenziale Insfrán ha imposto alla sua provincia l’isolamento assoluto, impedendo ai concittadini che ancora in vacanza di rientrare nelle proprie case. Per tutto l’autunno e l’inverno costoro sono stati costretti a vivere in accampamenti improvvisati ai confini della provincia alimentandosi grazie agli aiuti dei camionisti di passaggio. Quanto stava accadendo a Formosa giungeva agli altri argentini, me compreso, solo per via indiretta: attraverso le testimonianze di parenti e conoscenti che vivevano nel feudo di Insfrán. I media nazionali, anche quelli oppositori, non facevano trapelare nulla.

  Poi, il 7 ottobre del 2020, un giovane formosegno, Mauro Rubén Ledesma, bloccato a Cordoba da mesi, muore nel tentativo di attraversare a nuoto il fiume Bermejo per ritornare nella sua città, San Martín. Dopo questa tragedia evitabile,  quanto stava avvenendo nella provincia di Formosa non poteva essere più celato. Ma chi si aspettava una presa di posizione dura da parte del governo centrale contro il “gerarca”  fascista Insfrán è rimasto ben presto deluso: in una conferenza stampa del 21 ottobre la Ministra dell’Interno Sabrina Frederic ha considerato impeccabile la gestione dell’emergenza da parte del governatore di Formosa.

  Tali assurde dichiarazioni, ovviamente, non solo non hanno placato le polemiche, ma hanno spinto alcuni giornalisti ad approfondire il caso Formosa e a scoprire ciò che realmente stava accadendo nel feudo di Gilbo. Il 21 gennaio di quest’anno la stampa nazionale ha riportato la notizia della detenzione di due consigliere municipali formosegne, Gabriela Neme e Celeste Ruiz Diaz: le due donne erano state fermate dalla polizia e portate in un commissariato perché avevano partecipato ad una manifestazione pacifica all’esterno di una scuola adibita a centro di isolamento per positivi al coronavirus. I manifestanti denunciavano le condizioni inumane in cui erano costretti a vivere i residenti. Da varie testimonianze e registrazioni video è emerso che in questi centri covid, veri e propri campi di concentramento, gli internati non solo ricevono scarsa assistenza medica e una pessima alimentazione, ma sono anche vessati dalla polizia.

   Il 25 gennaio il deputato radicale Mario Arce ha presentato una denuncia davanti alla Giustizia Federale per la ripetuta violazione dei diritti umani nella provincia di Formosa, ma nonostante ciò il governatore Insfrán ha continuato a portare avanti la sua politica di apartheid contro tutti coloro che risultavano positivi al covid-19: per essere liberati dai lager formosegni si doveva, e tutt’ora si deve risultare negativi a cinque test consecutivi, diversamente, la detenzione continua. Non è mancato chi, nel Frente de Todos, l’alleanza peronista di governo di cui fa parte lo stesso Insfrán, ha addirittura cercato di giustificare la sua condotta. Il senatore José Mayans, ad esempio, parlando del suo concittadino e governatore, ha affermato che “…il diritto esiste, ma non in pandemia”.

   Nel frattempo, su Insfrán ha iniziato ad investigare anche Amnesty International. Il 31 gennaio 2021 la responsabile per l’Argentina, Paola Garcia Rey, ha dichiarato che a Formosa si stanno violando i diritti umani e che se non ci fosse stata un inversione di marcia da parte del governo provinciale o un intervento da parte del governo centrale la questione sarebbe arrivata fino alle Nazioni Unite. Ma alla Casa Rosada hanno continuato ad ignorare il problema: il 1º febbraio, in un intervista radiofonica, il Capo di Gabinetto del Governo della Nazione, Santiago Cafiero, pur ammettendo che a Formosa si sono verificati alcuni episodi di violenza istituzionale, alla domanda del conduttore su cosa pensasse rispetto alla minaccia di Amnesty di ricorrere ad un’istanza internazionale, ha risposto sdegnato e con superbia che il governo di Alberto non prende lezioni sui diritti umani da nessuno.

   E così, si è arrivati a marzo. Il 4 di questo mese il ducetto di Formosa, Gildo Insfrán, dopo aver riscontrato 17 nuovi casi di covid-19, ha deciso che la provincia deve ritornare alla Fase 1, ovvero nuovamente alla limitazione della circolazione e alla chiusura di tutte le attività non essenziali. Questa volta, però, i suoi concittadini, soprattutto i commercianti e i piccoli impresari, hanno deciso di ribellarsi. Il 5 marzo si è tenuta una grande manifestazione contro le misure liberticide imposte da Insfrán, la prima in 25 anni di mandato. Ma il governatore peronista, invece di ascoltare le istanze dei suoi concittadini, ha scelto la via della repressione: centinaia sono stati gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che hanno utilizzato lacrimogeni e proiettili di gomma, ma, soprattutto, hanno attuato con in inaudita violenza contro civili inermi.

   Nemmeno questi ultimi episodi di violenza, però, sono bastati a suscitare il minino sdegno da parte del Presidente Fernandez, che anzi, l’8 marzo, in un incontro ufficiale alla Casa Rosada per la celebrazione del Día de la Mujer ha confermato il suo pieno sostegno all’amico Insfrán.

  È evidente che per Alberto il “progressista”, ma anche per la stessa Cristina Kirchner, la violazione dei diritti umani diventa un problema da porre al centro del dibattito pubblico solo quando gli è comodo, ovvero, solo quando li riguarda in prima persona, come ne caso del lawfare perpetrato ai danni della vicepresidente, o in ricorrenze particolari come, appunto, il Giorno della Memoria Argentina. Alberto, Cristina, e gli altri esponenti del governo peronista, anche in questi giorni di commemorazione, sono ricorsi alla solita vuota retorica, presentandosi come i difensori dei diritti umani e invitando la società argentina a mantenere viva la memoria di quei terribili sette anni di dittatura.    Forse il Presidente e la sua vice  non conoscono bene il loro popolo. Gli argentini e le argentine non hanno bisogno di lectio magistralis di storia contemporanea: hanno ben appreso la lezione di quegli anni bui, e proprio per questo sono inorriditi di fronte al governo tirannico di un rappresentante delle istituzioni, Gilbo Insfrán, che da un anno a questa parte calpesta la loro, la nostra Costituzione. Gli argentini e le argentine sono nauseati dal silenzio complice di un governo centrale che si dice “progressista”, ma che di fatto, agisce come il più corrotto dei governi fascisti. Il popolo argentino non sta chiedendo la luna al proprio governo e al suo presidente: solo che si applichi la Costituzione e che anche a Formosa torni a vigere lo stato di diritto perché Formosa è Argentina, ed in questo momento storico: noi tutti ci sentiamo formosegni.

Antonio Sparano

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest