Il sollevamento del suolo e il serbatoio magmatico limitato frenano il rischio eruttivo
Uno studio recente condotto da ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università di Ginevra conferma che, allo stato attuale, la caldera dei Campi Flegrei non presenta caratteristiche in grado di scatenare un’eruzione. La ricerca, pubblicata su Communications Earth and Environment del gruppo Nature, ha analizzato scenari di pericolosità utilizzando modelli termici e petrologici avanzati.
Il team ha scelto come punto di partenza l’ipotesi più prudente, nota in letteratura come “worst case”: si assume cioè che il bradisismo registrato dal 2005, così come i fenomeni simili degli anni Cinquanta, dei primi Settanta e del biennio 1982-1984, sia alimentato dall’intrusione di magma a circa 4 chilometri di profondità. Stefano Carlino, ricercatore INGV e coautore dello studio, spiega: «Questo approccio consente di costruire uno scenario di riferimento estremamente cautelativo, utile a tutelare la popolazione».
I risultati evidenziano che, anche ipotizzando la presenza di magma con potenziale eruttivo e una pressione interna sufficiente a fratturare la crosta, diversi fattori ostacolerebbero oggi l’emergere del magma in superficie. Luca Caricchi, professore all’Università di Ginevra, sottolinea: «Il serbatoio magmatico ha un volume limitato e la crosta circostante si comporta in modo viscoso, rallentando la risalita del magma».
In aggiunta, Charline Lormand e Guy Simpson, anch’essi dell’Università di Ginevra, spiegano: «Una eventuale fuoriuscita di magma provocherebbe un rapido calo della pressione interna, riducendo drasticamente l’energia disponibile per un’eruzione».
Secondo i ricercatori, solo se l’attuale sollevamento del suolo dovesse proseguire per decenni mantenendo ritmi simili a quelli osservati oggi, il serbatoio magmatico potrebbe crescere fino a raggiungere dimensioni paragonabili a quelle che alimentarono l’ultima eruzione dei Campi Flegrei, nel 1538. Tuttavia, si tratta di uno scenario altamente ipotetico, difficile da verificare. Stefano Carlino precisa: «Attribuire il bradisismo degli ultimi 75 anni esclusivamente alla risalita del magma è una possibilità, ma dimostrarlo rimane complesso».
La presenza di fratture nella crosta, già documentata da studi precedenti, non cambia il quadro complessivo: le condizioni attuali non risultano compatibili con un evento eruttivo, conferma Tommaso Pivetta, ricercatore INGV e coautore dell’articolo.
L’INGV sottolinea che la sfida principale rimane comprendere la natura della sorgente del bradisismo, un obiettivo che richiede un monitoraggio costante e l’integrazione di dati geofisici, geochimici e geodetici. La ricerca continua a essere al centro di un dibattito scientifico attivo e in evoluzione.
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