Riceviamo e pubblichiamo integralmente
La grazia non chiede di essere capita, ma attraversata. È un film che non avanza per tesi né per dimostrazioni, ma per fratture interiori, per esitazioni che si depositano lentamente nello spettatore come una polvere sottile. Paolo Sorrentino non racconta una storia: mette in scena uno stato dell’anima. E lo fa scegliendo il luogo più carico di senso possibile – il cuore istituzionale della Repubblica – per svuotarlo dall’enfasi del potere e riempirlo di una solitudine radicale.
Mariano De Santis, Presidente uscente, non è un uomo potente: è un uomo stanco. Toni Servillo lo interpreta come si interpreta un silenzio, lavorando per sottrazione, con una recitazione che sembra sempre in anticipo o in ritardo rispetto alla parola. Il suo corpo è rigido, ma lo sguardo tradisce una continua implosione. Il soprannome “Cemento armato” suona come un’ironia crudele: ciò che dovrebbe sostenere, immobilizza.
La legge, la fede, la memoria diventano pareti contro cui il personaggio rimbalza senza più trovare un varco.
Il film si muove in uno spazio sospeso, dove il tempo non scorre ma pesa. Il passato grava come un macigno: l’amore perduto, il tradimento mai digerito, le scelte rimandate fino a diventare irreversibili. Il futuro, invece, è un vuoto senza promesse. In mezzo, il presente si riduce a una serie di rituali – firme, incontri, cerimonie – che non servono più a governare, ma a rinviare.
In questo senso La grazia è un film sull’immobilismo, ma non quello rumoroso della politica: è l’immobilismo interiore di chi ha confuso la prudenza con la paura. Sorrentino dissemina il racconto di immagini che non spiegano, ma risuonano. Un cavallo agonizzante che attraversa il film come una ferita aperta. Un astronauta che fluttua nello spazio, promessa impossibile di leggerezza.
Un Papa in motorino, figura quasi sacrilega di una spiritualità che ha perso la gravità del dogma. La musica irrompe dove non dovrebbe stare, come se il presente bussasse con insistenza alle porte di un mondo che si difende con la forma e la disciplina. Tutto è simbolo, ma nulla è chiuso: ogni segno resta ambiguo, instabile, come la coscienza del protagonista.
La grazia del titolo non è mai una concessione pacificante. È un concetto scivoloso, plurale, contraddittorio. È atto giuridico che sospende la legge, ma anche esperienza intima che sospende il giudizio. È bellezza del dubbio, ma anche condanna a non potersi più nascondere dietro le certezze. Sorrentino sembra suggerire che la grazia non arriva quando si decide, ma quando si smette di fingere di poter decidere senza ferirsi. Non è un premio per i giusti, ma un movimento minimo dell’anima che accetta la propria vulnerabilità. In questo paesaggio emotivo, le figure femminili non orbitano attorno al protagonista: lo mettono in crisi.
La figlia Dorotea è la voce che insiste, che domanda, che non accetta l’alibi dell’attesa. L’amica Coco è la lama dell’ironia, capace di tagliare le illusioni con una leggerezza feroce. Sono loro a portare il peso dell’affettività, a rendere evidente quanto il mondo maschile rappresentato dal film abbia delegato la sensibilità per potersi illudere di restare integro. La grazia diventa così anche un racconto sulla fine di una certa idea di mascolinità, incapace di reggere il confronto con il tempo e con il dolore.
Non tutto in questo film è armonico. Alcune immagini rischiano l’autocompiacimento, certi dialoghi sfiorano l’enfasi, alcune trovate sembrano chiedere più attenzione di quanta ne meritino. Ma queste incrinature non indeboliscono l’opera: la rendono coerente con ciò che racconta. La grazia è un film irrisolto perché parla di un mondo irrisolto, di una politica che ha perso il coraggio di scegliere e di individui che hanno scambiato il controllo per saggezza. Alla fine non resta una risposta, né una lezione.
Resta una sensazione: quella di essere stati messi di fronte a un vuoto che non si può colmare con le parole. Sorrentino non offre consolazione, né condanne definitive. Offre uno spazio di ascolto, un tempo rallentato in cui lo spettatore è chiamato a fare ciò che il suo protagonista fatica a fare: restare nel dubbio senza cercare scappatoie. E forse, proprio in questa inquietudine che non si placa, si nasconde l’unica grazia possibile.
Giovanni Di Trapani
