Morire mentre si lavora e scoprire che il contratto sarebbe stato registrato soltanto dopo la morte. È un dettaglio che fa rabbrividire e che apre interrogativi pesantissimi sulla tragedia di Salvatore Russo, operaio di 54 anni, originario di Pozzuoli, rimasto ucciso da una scarica elettrica in un giardino a Quarto, lo scorso 30 giugno.
La ricostruzione della vicenda si arricchisce di un elemento inquietante, emerso dagli accertamenti dei carabinieri coordinati dalla Procura di Napoli. Secondo quanto trapela dall’inchiesta, la posizione lavorativa dell’uomo sarebbe stata regolarizzata quando ormai per lui non c’era più nulla da fare. Se confermata, questa circostanza renderebbe ancora più grave una morte che impone risposte chiare e immediate.
Russo stava lavorando quando sarebbe entrato in contatto con un cavo elettrico scoperto. Una scarica violentissima gli avrebbe tolto la vita, trasformando una giornata di lavoro in una tragedia senza ritorno. Una morte che riporta al centro una domanda tanto semplice quanto drammatica: quali erano le condizioni di sicurezza in quel giardino? E soprattutto, qualcuno aveva verificato che l’operaio potesse svolgere la propria attività senza essere esposto a rischi mortali?
Sono due le persone iscritte nel registro degli indagati. Il sostituto procuratore Mario Canale contesta loro l’ipotesi di omicidio colposo. Si tratta di accuse ancora al vaglio degli inquirenti, ma gli elementi raccolti impongono di approfondire ogni aspetto, dalla dinamica dell’incidente alla gestione del rapporto di lavoro.
La possibile registrazione postuma del contratto è il particolare che scuote maggiormente la vicenda. Perché un documento che dovrebbe attestare la regolarità di un rapporto lavorativo risulterebbe formalizzato soltanto dopo la morte di chi quel lavoro lo stava svolgendo? È un interrogativo che non può essere liquidato con superficialità e al quale l’inchiesta dovrà dare una risposta.
I familiari di Salvatore Russo, assistiti dagli avvocati Francesco Petruzzi e Leopoldo Perone, aspettano che venga ricostruita tutta la verità. Non ci sono parole capaci di restituire un padre, un marito o un figlio ai propri cari. Ma c’è il dovere di accertare eventuali responsabilità e di capire se quella morte potesse essere evitata.
La sicurezza sul lavoro non può diventare un dettaglio da verificare quando è ormai troppo tardi. E la regolarità contrattuale non può restare un’ombra che accompagna una tragedia. Salvatore Russo merita giustizia, la sua famiglia merita risposte e ogni lavoratore merita di tornare a casa dopo una giornata di fatica. Sempre. Senza eccezioni.
Ciro Crescentini

