Oggi migliaia di studenti e lavoratori travolgono la repressione: Piazze piene contro il carovita e nessuna paura dei blindati del Governo.
Un fiume in piena, travolgente e fiero. Oggi le strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze e Genova sono state inondate da una marea inarrestabile di giovani, lavoratori e precari. Migliaia di corpi e di voci hanno occupato lo spazio pubblico per gridare un no secco al carovita, all’emergenza abitativa, al riarmo e alla precarietà. Una risposta di massa potente e determinata che ha polverizzato la strategia del terrore orchestrata dal governo Meloni e dall’apparato mediatico.

Nelle ore precedenti il corteo, si è assistito a una vera e propria operazione di guerra psicologica e repressiva. Oltre 150 perquisizioni a tappeto scatenate da Milano a venti città italiane, perquisizioni che hanno colpito persino minorenni e studenti incensurati nelle loro abitazioni. A questo si è aggiunto il fermo e il blitz mediatico contro il presunto promotore del Movimento 17 Ottobre, trasformato sui giornali nell’ideatore da neutralizzare per spaventare e disorientare la piazza. L’obiettivo era chiaro: inoculare la paura, instillare il dubbio, far credere che manifestare equivalga a un atto criminale.
Il cortocircuito della repressione
Ma il dispositivo intimidatorio ha fallito il suo bersaglio. Il bombardamento mediatico, le prime pagine allarmiste sui rischi di scontro e l’ostentazione dei muscoli dello Stato — con droni aerei, centinaia di militari schierati e stazioni militarizzate — non sono bastati a cancellare la rabbia matura e consapevole di una generazione. Gli studenti e i giovani sono soggetti pensanti, dotati di autonomia e pensiero critico: non si fanno ingabbiare dalle gogne giudiziarie né paralizzare dalla caccia alle streghe digitale.

A cosa servono la gogna mediatica, le accuse di istigazione diffuse a reti unificate e le perquisizioni all’alba se poi la realtà rimane immutata? Un blitz di polizia non riduce il prezzo di una stanza da fuorisede. Un’inchiesta su una chat Telegram o su un profilo Instagram non trasforma uno stage da fame in un lavoro dignitoso. La criminalizzazione sistematica del dissenso è il sintomo di un potere debole, incapace di offrire soluzioni sociali e costretto a rifugiarsi nel Codice Penale e nella militarizzazione delle città.

I numeri reali: un Paese stremato che non tace
Mentre le TV del pensiero unico raccontano le proteste solo attraverso la lente dell’ordine pubblico e del sospetto, le motivazioni della piazza risiedono nei numeri reali della crisi sociale. Oltre un terzo degli italiani considera le spese per la casa un fardello insostenibile. Migliaia di ragazzi sono costretti ad accamparsi in tenda o a rinunciare agli studi perché l’istruzione è ormai un privilegio di censo.
Dopo quattro anni di governo, Giorgia Meloni non può più coprire il fallimento delle proprie politiche sociali sbandierando la clava dei decreti sicurezza o l’efficienza dei blitz preventivi. Governare non significa blindare le piazze o colpevolizzare chi protesta: significa dare risposte concrete sui salari, sui prezzi degli affitti, sulla sanità e sulla scuola.
Il futuro non si perquisisce
La giornata di oggi ha dimostrato che la piazza non si sequestra con un decreto e non si spegne con un arresto spettacolare. La gioventù ha scelto di rischiare, di metterci la faccia e di pretendere un futuro diverso. Il tentativo di spaccare il fronte delle mobilitazioni attraverso l’intimidazione giudiziaria e la propaganda della paura è stato rispediti al mittente. Si possono perquisire le case, confiscare i telefoni e militarizzare le stazioni. Ma non si può mettere sotto chiave il bisogno irrinunciabile di giustizia sociale di un intero Paese.
Ciro Crescentini

