Aveva 56 anni ed era originario di Sassano. È il terzo operaio morto in meno di una settimana
Un altro nome si aggiunge alla lunga lista delle vittime del lavoro in Campania. È quello di Pietro Pellegrino, 56 anni, originario di Sassano, nel Salernitano. È morto ieri mattina nella zona industriale di Prata di Principato Ultra, nell’Avellinese, precipitando da un capannone.
Erano da poco passate le 11 quando Pellegrino stava lavorando sul tetto per smontare alcuni pannelli solari. Poi il cedimento improvviso del lucernaio. Il vuoto sotto i suoi piedi, una caduta di circa tredici metri e la morte.
I soccorritori del 118 sono arrivati rapidamente, ma ogni tentativo di intervento è stato inutile. L’operaio era già morto. Sul posto sono arrivati anche i carabinieri, il reparto mobile e il nucleo dell’Ispettorato del lavoro. Il capannone è stato sequestrato e la Procura di Avellino ha aperto un’inchiesta per ricostruire ogni passaggio dell’incidente.
Ora bisognerà capire in quali condizioni fosse la copertura, se il lucernaio fosse adeguatamente protetto e, soprattutto, quali misure di sicurezza fossero state predisposte per un lavoro eseguito a diversi metri da terra. Gli investigatori dovranno accertare anche se i dispositivi anticaduta e i sistemi di ritenzione fossero presenti e correttamente utilizzati.
Domande che arrivano quando ormai è troppo tardi per Pietro. Lascia la madre, una sorella e un fratello. Per loro, da ieri, il lavoro non è più soltanto il luogo dove un uomo trascorreva una parte della sua giornata. È il luogo da cui Pietro non è tornato.
La sua morte arriva dopo altre due tragedie avvenute nell’arco di pochi giorni. Un operaio è morto ad Apollosa, nel Beneventano. Sabato, invece, Salvatore Calignano era precipitato dal tetto di un capannone, per poi essere abbandonato in strada senza soccorsi. Tre morti in meno di una settimana.
Numeri che fanno impressione, ma che rischiano di diventare freddi se separati dai volti e dalle storie delle persone. Secondo il bilancio riportato, quello di Pellegrino è l’84esimo decesso sul lavoro in Campania nel 2026.
Ottantaquattro vite non sono una statistica. Sono famiglie che ricevono una telefonata, porte che si aprono davanti a una notizia impossibile da accettare, figli, fratelli, madri e compagni costretti a fare i conti con un’assenza improvvisa.
E allora l’inchiesta giudiziaria dovrà stabilire responsabilità e eventuali violazioni, ma la domanda sociale è ancora più semplice: quanto si fa prima che accada una tragedia?
Perché un lucernaio pericoloso deve essere individuato prima che qualcuno ci precipiti attraverso. Un dispositivo anticaduta deve essere controllato prima, non cercato dopo. Un cantiere deve essere sicuro prima che un lavoratore salga sul tetto.
La sicurezza non può diventare una priorità soltanto quando arrivano ambulanza, carabinieri e magistrati. Servono controlli continui, personale sufficiente e verifiche reali sui luoghi di lavoro. Perché dopo tredici metri di caduta non esiste più una misura correttiva: resta soltanto il dolore di chi aspetta a casa e non vedrà più tornare quella persona.
Alessandro Manna

