Gori sfida il M5S: «Deve cambiare posizione» sulle forniture militari. Conte, dopo Nova, ha invece ricevuto il mandato a fermare gli invii a Kiev
Il Pd non arretra sulle armi all’Ucraina. Anzi, alza il livello dello scontro con il Movimento 5 Stelle. Nel centrosinistra la distanza tra dem e pentastellati sul conflitto russo-ucraino torna a essere uno dei principali ostacoli alla costruzione del campo largo. A ribadirlo con parole nette è Giorgio Gori, europarlamentare del Partito democratico, che dai microfoni di 24 Mattino su Radio 24 mette in chiaro che, almeno sulla questione militare, per il Pd non sembra esserci spazio per una mediazione.
Il messaggio rivolto a Giuseppe Conte è diretto: se il Movimento vuole un accordo con i dem, deve modificare la propria posizione sull’invio delle armi a Kiev. «Il M5s, se vuole un accordo col Pd, deve cambiare le posizioni contrarie all’invio di armi in Ucraina».
Una linea che Gori rivendica apertamente e che presenta come ormai consolidata nel Partito democratico e nel quadro europeo. «Conte e i 5 Stelle sanno perfettamente quale sia la posizione del Pd, che è la stessa dell’Unione europea e di tutte le forze socialiste europee. Non c’è modo di fare marcia indietro rispetto alla necessità di garantire un sostegno pieno alla resistenza dell’Ucraina, compreso con lo strumento militare».
È questo il passaggio destinato a pesare maggiormente nel confronto con il M5S. Da una parte Conte, dopo il voto degli iscritti alla kermesse Nova, ha ricevuto un mandato contrario alla prosecuzione dell’invio di armi. Dall’altra il Pd, attraverso una delle sue voci più rappresentative dell’area riformista, ribadisce che proprio lo strumento militare resta parte integrante del sostegno a Kiev.
Gori spinge ancora più avanti il ragionamento e collega direttamente la scelta delle armi alla possibilità di raggiungere la pace. «chi tiene veramente alla pace» deve continuare a sostenere la resistenza ucraina anche con le armi. Chi, al contrario, «fa il tifo per la resa degli ucraini può anche smettere di mandargli le armi».
Una posizione che rende evidente quanto sia profonda la frattura tra le due principali forze del possibile schieramento progressista. E per Gori il voto di Nova rischia di aver irrigidito ulteriormente il confronto: «È un problema, perché in questo modo ha blindato una posizione che sarà più difficile cambiare al tavolo della composizione del programma del campo largo. Ma la posizione del Pd è quella da anni, non è che può cambiare perché Conte ha deciso con Nova che bisogna smettere di mandare sostegno agli ucraini».
Il campo largo, dunque, resta appeso a un equilibrio difficile. Gori non vuole però considerare chiusa la partita: «Mi auguro di no», dice quando gli viene prospettata la fine dell’alleanza. E rilancia: «necessaria un’alleanza di tutte le forze progressiste per cercare di cambiare verso al nostro Paese rispetto a questi quattro anni di governo di Giorgia Meloni».
L’altro grande fronte riguarda le primarie. Gori le difende come strumento per scegliere il candidato della coalizione e propone un sistema a doppio turno. «Penso che siano uno strumento storicamente utile ad allargare il consenso e il radicamento di un progetto politico e quindi non se ne debba avere paura. Se emergessero altri strumenti e altri modi per selezionare il leader o la leader della coalizione centrosinistra, andrebbe molto bene. In mancanza di alternative, però, le primarie devono essere affrontate con tranquillità».
La formula preferita dall’eurodeputato è quella del doppio turno: «Io sono fermamente convinto che le primarie debbano essere a doppio turno, perché sarebbe il modo per allargare la base. Un derby ridotto a Conte e Schlein rischierebbe di non coinvolgere fasce di cittadini e pezzi di società che non andrebbero a votare».
E se a sorpresa fosse Conte a vincere? Gori assicura che il risultato andrebbe rispettato: «se si accetta un percorso che comprende le primarie, se ne accettano poi i risultati». Ma subito dopo esprime la propria valutazione: «Io credo che la possibilità che vinca Conte sia piuttosto remota perché conosco il radicamento del Pd e l’attitudine anche dei nostri militanti a partecipare a questo modo di selezionare la leadership. I gazebo sono nel dna del Pd e credo che questo faccia la differenza».
Infine, il voto online. Gori raccoglie le perplessità di Graziano Delrio sulle possibili interferenze digitali, soprattutto nel caso di una consultazione aperta alla rete. Delrio ne parla «soprattutto rispetto alla prospettiva che il voto non sia soltanto fisico nei gazebo ma sia anche un voto online». Per Gori, «quel rischio è molto concreto vista la quantità di bot che popolano l’ambiente digitale anche nel nostro Paese».
Da qui la sua indicazione conclusiva: le primarie, se si faranno, dovranno svolgersi «assolutamente solo nei gazebo». Ma prima ancora di scegliere il leader, il centrosinistra deve affrontare il nodo più divisivo: un Pd che rivendica il sostegno militare a Kiev senza arretramenti e un M5S che, dopo il voto della propria base, chiede invece di fermare l’invio delle armi.
Ciro Crescentini

