Gratteri smonta la narrazione del governo sulla città “bonificata”: «Pizzo a Natale, Pasqua e Ferragosto. Solo una denuncia».
I secchi di plastica colmi di banconote da cinquanta euro ordinatamente incellophanate raccontano, meglio di qualsiasi report istituzionale, lo stato di salute della camorra a Nord di Napoli. L’ultimo affondo della Dda partenopea — 34 ordinanze eseguite dai carabinieri tra carcere (23) e domiciliari (11) a firma del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna e delle Compagnie di Caivano e Casoria — smonta pezzo per pezzo la narrazione edulcorata del “modello Caivano”.
Le accuse sono pesanti come macigni: associazione armata di tipo camorristico, traffico di stupefacenti, estorsioni e detenzione finalizzata allo spaccio, aggravate dal metodo mafioso. Nel mirino c’è il clan Angelino, costretto a ridisegnare la propria geografia criminale. Sfrattato dal fortino storico del Parco Verde, il clan si è riorganizzato nella famigerata area del “Bronx”, spostando parte dei propri affari ilittuosi verso la vicina Casoria. Una metamorfosi territoriale che fotografa non una scomparsa, ma una dolorosa resilienza criminale.
La propaganda e la cruda cronaca giudiziaria
C’è un divario voragine tra la propaganda istituzionale che racconta una Caivano sterilizzata, redenta e finalmente “bonificata”, e i bollettini giudiziari della procura di Napoli. L’inchiesta odierna dimostra che la cosca era viva, vegeta e operativa ben oltre la stagione mediatica dei riflettori accesi. Lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche dell’ottobre 2023 aveva provato a recidere il cordone ombelicale tra politica locale, appalti pubblici e malavita — quel sottobosco in cui sguazzavano amministratori e tecnici finiti in manette per estorsioni seriali. Ma l’ombra del clan ha continuato ad allungarsi, sopravvivendo ai cambi d’abito istituzionali e alle urne (si pensi al vuoto politico di Fratelli d’Italia, incapace persino di presentare una lista alle comunali).
In conferenza stampa, il procuratore Nicola Gratteri ha tradotto in equità finanziaria il bottino del blitz, offrendo un retrogusto amaro e pragmatico: «Abbiamo sequestrato 3,2 milioni di euro e 11 orologi di lusso, andranno nel fondo unico di giustizia, e così ci siamo pagati un anno di intercettazioni». Denaro contante stipato in secchi: il segno plastico di un’economia sommersa che fattura e liquida cash, incurante dei proclami romani.
Il pizzo a scadenza fissa e il muro dell’omertà
Ma il vero dato politico e sociale, ben più dei milioni contati in caserma, riguarda il rapporto malato tra il territorio e il racket. Il clan Angelino applicava il proprio calendario tributario parallelo con la puntualità di un ente impositore: «che anche su quel territorio i commercianti venivano sottoposti alle estorsioni sistematiche tre volte l’anno, Natale, Pasqua e Ferragosto».
Un prelievo d’obbligo, accettato in silenzio da un tessuto economico spaventato o rassegnato. Il bilancio della reazione civile è impietoso: «Solo uno ha denunciato, ma bisogna denunciare, bisogna superare questo clima», ha ammonito il generale Biagio Storniolo, comandante provinciale dell’Arma, lancinando un grido d’allarme che suona come una bocciatura per la retorica della sicurezza compiuta.
Finché Caivano richiederà il coraggio solitario di un’unica denuncia per incrinare il muro del silenzio, il “modello” resterà uno slogan buono per i talk show. La realtà, fuori dallo studio televisivo, odora di chiuso, di banconote sigillate nel cellophane e di uno Stato che — per quanto mastodontico e incisivo come quello guidato da Gratteri e dai carabinieri — continua a rincorrere un’emergenza mai davvero estirpata alla radice.
Alessandro Manna
