Dietro il cambio di gestione dell’acqua si nasconde un unico disegno: tagliare le tutele del personale sul campo per scaricare i costi sugli utenti
A Napoli si sta consumando un silenzioso capovolgimento di fronte. Il Sindaco, la giunta comunale e un’ampia coalizione politico-sindacale (che unisce Pd, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e i vertici di Cgil, Cisl e Uil) stanno spingendo per trasformare ABC (Acqua Bene Comune), oggi storica “Azienda Speciale”, in una S.p.A. (Società per Azioni).
Per farlo, utilizzano due argomenti principali: “ce lo impone la legge” e “serve la SpA per trovare i soldi per rifare i tubi”. Ma le cose stanno davvero così? La risposta è no. Vediamo, smontando una per una le tesi della giunta, cosa rischiano davvero i lavoratori e perché questa trasformazione è un binario di sola andata verso la privatizzazione.
Le due grandi bugie: la legge e i finanziamenti
Bugia n. 1: “La legge ci impone il passaggio a SpA”
Falso. Nessuna norma nazionale o europea vieta la gestione del servizio idrico tramite un’Azienda Speciale (che è un ente di diritto pubblico). L’azienda speciale è uno strumento perfettamente legittimo per gestire i beni comuni senza scopo di lucro, proprio come stabilito dal referendum del 2011. La scelta di passare a SpA è una decisione squisitamente politica, non un obbligo giuridico.
Bugia n. 2: “Servono i privati o la SpA per intercettare i fondi”
Falso. Per rifare la rete idrica di Napoli non serve cambiare natura giuridica. I finanziamenti pubblici (come quelli legati ai fondi strutturali, ai piani ministeriali o europei) si ottengono presentando progetti di qualità, non modificando la targa sulla porta dell’azienda. Inoltre, per reperire liquidità a tassi agevolati senza svendere l’acqua, si potrebbe benissimo coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, mantenendo la natura totalmente pubblica e non commerciale di ABC.
Il “cavallo di Troia”: oggi SpA, domani Società Mista
Chi difende la trasformazione rassicura: “Sarà una SpA al 100% pubblica”. Ma questa è solo una transizione temporanea. In base al TUEL (Testo Unico degli Enti Locali) e alle normative sui servizi pubblici, una volta che un’azienda diventa di diritto privato (SpA), il passo successivo verso la società mista (con l’ingresso di soci privati) o la quotazione in borsa diventa incredibilmente facile e, spesso, caldeggiato dalle stesse regole di mercato. Tra due anni o poco più, con la scusa di “mancanza di bilancio” o di “nuovi investimenti”, l’ingresso del socio privato sarà presentato come “inevitabile”.
Guardare oltre i confini di Napoli: il disastro delle SpA miste in Campania
Per capire a cosa va incontro Napoli, basta guardare cosa succede nelle province limitrofe. I cittadini campani che vivono sotto la gestione di società miste o SpA commerciali stanno già pagando un prezzo altissimo, e la leur rabbia esplode periodicamente nelle piazze.
L’incubo della GORI (Ato 3 Sarnese-Vesuviano): Nei comuni serviti dalla GORI (società mista pubblico-privata), i cittadini combattono da anni contro quelle che definiscono “bollette pazze”, distacchi improvvisi e rincari retroattivi esorbitanti che hanno ridotto sul lastrico intere famiglie. A questo si aggiungono le storiche inchieste per danno erariale e le denunce dei comitati per la mancata depurazione o per le enormi perdite di rete che l’azienda non ha mai risolto strutturalmente.
La privatizzazione strisciante a Caserta e i rincari nelle aree interne: Le mobilitazioni dei comitati dell’acqua pubblica (spesso guidate da figure storiche come padre Alex Zanotelli) denunciano regolarmente i tentativi dell’Ente Idrico Campano di privatizzare il servizio a Caserta e di imporre pesanti aumenti tariffari sulle spalle degli utenti di Avellino e Benevento (gestiti da Alto Calore e Gesesa).
La protesta sociale: La Campania che ha già perso la gestione pubblica diretta dell’acqua vive in uno stato di perenne emergenza: manutenzioni scadenti, interruzioni continue dell’erogazione e tariffe tra le più alte d’Italia. È questa la “modernità” e l’efficienza della SpA che la giunta di Napoli vuole importare?
Cosa cambia davvero per i lavoratori di ABC?
Se per i cittadini la SpA significa bollette tarate sul profitto e non sul costo del servizio, per i dipendenti di ABC la trasformazione rischia di tradursi in un vero e proprio terremoto contrattuale. Ecco gli effetti concreti sulla pelle dei lavoratori
Addio alle tutele del pubblico: l’obbligo delle “conciliazioni”
Nel passaggio da un’Azienda Speciale (regolata da logiche di controllo analogo pubblico) a una SpA regolata dal codice civile, i lavoratori si troveranno spesso davanti a un bivio: per mantenere il posto o per armonizzare i vecchi contratti ai nuovi standard societari, verranno chieste conciliazioni tombali. Si tratta di accordi (spesso individuali) in cui il lavoratore “rinuncia” a far valere diritti pregressi o si adegua a condizioni peggiorative pur di transitare nella nuova compagine.
Il Far West di subappalti ed esternalizzazioni
Un’Azienda Speciale ha vincoli stringenti sull’affidamento dei servizi. Una SpA, muovendosi con le regole del diritto privato, punta all’efficienza dei costi (ovvero al massimo risparmio). Questo apre le porte a:
Esternalizzazioni di interi rami d’azienda (manutenzioni, letture contatori, servizi amministrativi).
Catene di subappalti, dove i lavoratori delle ditte esterne avranno contratti precari, salari da fame e meno tutele sulla sicurezza, creando lavoratori di serie A e di serie B dentro lo stesso servizio.
Diritti e contratti sotto attacco
Con il cambio di natura giuridica e l’obiettivo del “pareggio/utile di bilancio” tipico delle SpA, la contrattazione integrativa aziendale sarà la prima a essere messa in discussione. Premi di risultato, indennità, turnazioni e diritti acquisiti negli anni diventeranno “costi da tagliare” per rendere la società appetibile sul mercato o per soddisfare i requisiti dei finanziatori privati.
La piazza risponde: tutti al Centro Direzionale
La resistenza a questo disegno politico è già partita e si sposta dalle parole ai fatti. Mercoledì 22 aprile, alle ore 13:00, è stata indetta una grande manifestazione al Centro Direzionale, proprio davanti al palazzo del Consiglio Regionale della Campania.
A promuovere la mobilitazione è un fronte compatto e determinato, deciso a non fare sconti alla giunta e ai partiti complici: i comitati di lotta che storicamente difendono l’acqua pubblica, le organizzazioni sindacali di base e indipendenti (stanche delle svendite firmate dai sindacati confederali), diverse associazioni del territorio e il movimento politico Potere al Popolo. L’obiettivo è chiaro: fare muro contro la trasformazione in SpA, blindare l’esperienza pubblica di ABC e difendere il futuro dei dipendenti e dei cittadini.
Ciro Crescentini

