La Regione ha imposto limitazioni per edilizia e agricoltura durante le ondate di calore. Ma chi verifica che le regole vengano rispettate?
Mentre la Campania soffoca sotto l’ennesima ondata di calore, migliaia di operai e braccianti continuano a lavorare nei cantieri e nei campi nelle ore più pericolose della giornata. Sotto il sole che picchia sul cemento, sull’asfalto e sulla terra arsa. In condizioni che medici e specialisti considerano ad alto rischio per la salute.
Eppure le regole esistono. Il presidente della Regione Campania Roberto Fico ha firmato la scorsa settimana un’ordinanza che vieta il lavoro all’aperto nei settori agricolo, edile e affini dalle 12.30 alle 16.00 nei giorni in cui il sistema Worklimate segnala un rischio elevato per stress termico e colpo di calore.
Un provvedimento che segue quelli già adottati negli anni precedenti dall’amministrazione guidata da Vincenzo De Luca e che nasce da una realtà ormai sotto gli occhi di tutti: il caldo estremo può uccidere.
Non è allarmismo. È cronaca. Negli ultimi anni in tutta Italia si sono registrati malori, ricoveri e morti sul lavoro durante le ondate di calore. Il cambiamento climatico ha trasformato le estati italiane in una minaccia concreta per chi lavora all’aperto. Continuare a ignorarlo significa giocare con la vita delle persone.
La domanda allora è semplice. Se le ordinanze esistono, perché in tanti cantieri e in tanti campi si continua a lavorare nelle ore proibite? Se il rischio è noto, perché si continua a vedere manodopera esposta al sole cocente nelle fasce orarie più pericolose? E soprattutto: chi sta controllando? La legge non lascia soli né i lavoratori né le imprese.
Esiste infatti la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria per eventi meteorologici estremi. L’INPS ha chiarito più volte che temperature eccezionalmente elevate e condizioni climatiche incompatibili con la sicurezza possono giustificare la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa. Tradotto in parole semplici: se il caldo è troppo pericoloso, l’azienda può fermare il lavoro e ricorrere agli ammortizzatori sociali previsti dall’ordinamento.
La tutela della salute non dovrebbe essere in contrasto con la tutela del reddito. E allora emerge un’altra domanda scomoda. Quante aziende stanno realmente utilizzando questo strumento? Quante stanno chiedendo la cassa integrazione prevista dalla normativa? Quante invece preferiscono andare avanti come se nulla fosse, lasciando che il rischio ricada interamente sulle spalle di operai e braccianti?
Ma il punto più inquietante riguarda i controlli. I servizi di prevenzione delle Asl e dell’Ispettorato del Lavoro hanno il compito di verificare che le norme sulla sicurezza vengano rispettate. È una funzione essenziale in una regione dove migliaia di persone lavorano quotidianamente sotto il sole.
I cittadini, i lavoratori hanno il diritto di sapere quanti controlli siano stati effettuati dall’inizio dell’emergenza caldo. Quanti cantieri siano stati ispezionati. Quante aziende agricole siano state verificate. Quante violazioni siano state contestate. Quante sanzioni siano state elevate.
Perché una norma senza controlli rischia di trasformarsi in un semplice comunicato stampa.
La sensazione diffusa tra molti lavoratori è che esista una distanza enorme tra ciò che viene scritto nelle ordinanze e ciò che accade realmente sul territorio. Ed è una percezione che dovrebbe preoccupare chiunque abbia responsabilità istituzionali.
Anche il ruolo delle organizzazioni sindacali merita una riflessione seria. Di fronte a un’emergenza che mette a rischio la salute di migliaia di persone, servono iniziative visibili, denunce pubbliche, monitoraggi costanti e una presenza capillare nei luoghi di lavoro. Non bastano i comunicati dopo l’ennesimo malore. Non bastano le dichiarazioni quando la tragedia è già avvenuta.
La sicurezza si difende prima. Non dopo. Il caldo estremo non è una fatalità. Le temperature record sono previste con giorni di anticipo. I sistemi di allerta esistono. Le ordinanze esistono.La cassa integrazione esiste. Gli strumenti per prevenire esistono. Per questo ogni incidente, ogni collasso fisico, ogni tragedia che colpisce un lavoratore esposto per ore al sole dovrebbe interrogare tutti: istituzioni, imprese, organi di vigilanza e rappresentanze sociali.
Perché nessun raccolto, nessun cantiere e nessuna scadenza possono valere una vita umana. E perché nel 2026 morire di caldo mentre si lavora non può essere considerato normale. Non in una regione che ha emanato ordinanze specifiche. Non in un Paese che dispone di strumenti di tutela. Non davanti a un rischio che tutti conoscono.
Il caldo uccide. L’indifferenza, ancora di più.
Ciro Crescentini
Fonti ufficiali consultabili:
