Avila e Abukeshek davanti al giudice incatenati, fermo prorogato di due giorni
Dopo oltre quarantotto ore di silenzio, i due attivisti della missione marittima pro-Palestina sono riapparsi in aula. Davanti ai fotografi e alle telecamere, Thiago Avila e Saif Abukeshek hanno mostrato volti segnati e stanchi, con lividi visibili e lo sguardo arrossato. Indossavano uniformi carcerarie marroni e sono stati condotti davanti al giudice con mani e piedi incatenati.
L’udienza si è svolta presso un tribunale di Ashkelon, nel sud di Israele. Il pubblico ministero ha presentato una lista articolata di accuse gravi: dall’assistenza al nemico in tempo di guerra ai contatti con agenti stranieri, fino alla presunta partecipazione e supporto a organizzazioni considerate terroristiche. La richiesta iniziale era di prolungare la detenzione per quattro giorni, ma il giudice ha deciso per una proroga più breve, limitata a due.
Secondo quanto riferito dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah, i due attivisti restano formalmente senza un’imputazione definitiva. Nel frattempo hanno intrapreso uno sciopero della fame, denunciando condizioni di detenzione dure e trattamenti abusivi durante e dopo il fermo.
Il caso nasce dall’intercettazione, avvenuta in acque internazionali, di una flottiglia composta da oltre venti imbarcazioni dirette verso Gaza.
Le autorità israeliane considerano Abukeshek – originario di un campo profughi in Cisgiordania – vicino ad Hamas, mentre Avila è una figura nota delle missioni via mare verso la Striscia, alla sua quarta partecipazione. In passato aveva preso parte anche a eventi legati all’area politica di Hezbollah.
La difesa, rappresentata dalle legali Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, ha contestato la legittimità dell’intero procedimento. In aula hanno sostenuto che Israele non avrebbe alcuna giurisdizione su cittadini stranieri fermati in acque internazionali, definendo l’arresto e le accuse prive di base giuridica.
Sempre Adalah ha riportato le testimonianze dei due attivisti, che parlano di percosse, isolamento e bendaggi prolungati durante la detenzione in mare. Accuse respinte dal ministero degli Esteri israeliano, che ha definito tali ricostruzioni “false e preconfezionate”. Secondo la versione ufficiale, l’uso della forza sarebbe stato necessario per contenere episodi di resistenza violenta durante le operazioni di trasferimento.
Nel frattempo è rientrato in Italia Tony La Piccirella, altro partecipante alla spedizione, che era stato trattenuto in isolamento su una nave cargo diretta in Grecia. Atterrato a Fiumicino, ha raccontato momenti concitati del blitz e ha riferito un ultimo messaggio ricevuto da Abukeshek poco prima di essere separati: un pensiero rivolto al figlio, in cui affermava che il prezzo della libertà non è mai troppo alto.
Nonostante gli arresti e le difficoltà, La Piccirella ha ribadito l’intenzione degli attivisti di proseguire l’iniziativa. L’obiettivo, ha spiegato, resta quello di esercitare pressione sui governi affinché rivedano i rapporti con Israele e sostengano con maggiore decisione la causa palestinese.
Alessandro Manna
