Critiche alla gestione e ai costi dei dirigenti, poi il licenziamento: interrogativi su libertà sindacale e trasparenza
Un dipendente di un’azienda pubblica regionale, dirigente sindacale riconosciuto, viene prima sottoposto a una contestazione disciplinare per contenuti pubblicati sui social e poi licenziato per giusta causa, nonostante la presentazione di articolate controdeduzioni.
È quanto accaduto a Vincenzo Pirozzi, lavoratore della SMA Campania S.p.A., società interamente partecipata dalla Regione Campania.
I fatti contestati riguardano video e interventi pubblici, diffusi tra ottobre e dicembre 2025, nei quali Pirozzi ha espresso critiche severe sulla gestione aziendale, sui costi dei dirigenti, sull’organizzazione interna e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Critiche formulate – secondo il lavoratore – nell’esercizio del diritto di critica sindacale e della libertà di espressione garantita dalla Costituzione.
Dopo una contestazione disciplinare notificata il 31 dicembre 2025 e una replica formale dell’8 gennaio 2026, l’azienda ha disposto il licenziamento per giusta causa il 4 febbraio 2026. Una decisione che solleva interrogativi pesanti sul rispetto delle garanzie sindacali, sulla libertà di critica nei luoghi di lavoro pubblici e sul confine tra tutela dell’immagine aziendale e diritto di denuncia.
La ricostruzione dei fatti
La vicenda prende avvio nel novembre 2025, quando – come riportato dalla stessa SMA Campania – pervengono all’Amministratore Unico due comunicazioni interne riguardanti Vincenzo Pirozzi. Da qui la decisione aziendale di attivare “accurate indagini” tramite professionisti esterni, non su aspetti tecnici o lavorativi, ma esclusivamente sull’attività comunicativa del dipendente sui social network.
Le contestazioni riguardano una serie di video pubblicati su Facebook e, in parte, su YouTube, nei quali Pirozzi critica apertamente la gestione della società: costi dei vertici, proroghe contrattuali, presunti sprechi, concentrazione di incarichi, uso delle risorse pubbliche e presunti danni erariali. Temi che, per loro natura, attengono all’interesse pubblico e al funzionamento di una società partecipata dalla Regione.
Il profilo sindacale: un diritto costituzionale
Un elemento centrale, che attraversa tutta la vicenda, è il ruolo sindacale di Vincenzo Pirozzi. Ruolo pacificamente riconosciuto dall’azienda stessa.
Nelle controdeduzioni, il lavoratore richiama una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 23850/2024), che ribadisce un principio chiaro: il rappresentante sindacale, nell’esercizio della sua funzione, non è soggetto al vincolo di subordinazione e gode di una tutela rafforzata del diritto di critica, anche aspra, purché non degeneri in insulti gratuiti o accuse consapevolmente false.
Le dichiarazioni contestate, per quanto dure, si collocano esattamente in questo perimetro: denuncia di presunte inefficienze, richiesta di trasparenza, invocazione del controllo pubblico e, in ultima istanza, la possibilità di rivolgersi alla Corte dei Conti. Strumenti tipici dell’azione sindacale e civica, non atti di infedeltà aziendale.
Le criticità giuridiche del licenziamento
Il licenziamento per giusta causa appare, sotto il profilo giuridico, una misura estrema e sproporzionata. Non viene contestata alcuna negligenza lavorativa, alcun errore tecnico, alcuna violazione operativa nello svolgimento delle mansioni. L’intero impianto accusatorio si fonda su opinioni espresse pubblicamente e sull’uso dei social network, peraltro su un profilo personale.
Resta inoltre irrisolto un nodo rilevante: il lavoratore ha chiesto di conoscere l’origine e il contenuto delle comunicazioni che hanno dato avvio alle indagini, nonché le modalità di svolgimento delle stesse. Su questo punto, l’azienda non fornisce risposte puntuali, lasciando ombre sulla trasparenza del procedimento disciplinare.
Una questione che va oltre il singolo caso
Il caso Pirozzi non riguarda solo un lavoratore, ma pone una questione più ampia: può un dipendente di un’azienda pubblica essere licenziato per aver criticato pubblicamente la gestione di risorse pubbliche?
In un contesto in cui si invoca trasparenza, legalità e controllo democratico sulle società partecipate, il rischio è che il messaggio lanciato sia opposto: chi denuncia, paga.
È una vicenda che chiama in causa il sindacato, la politica regionale e il mondo dell’informazione. Perché il confine tra tutela dell’immagine aziendale e compressione del dissenso non può essere tracciato a colpi di licenziamenti.
Ciro Crescentini

