In una democrazia, nessuno – nemmeno una comunità storicamente discriminata – può essere sottratto alla critica, quando essa si rivolge a scelte politiche concrete. La difesa della libertà di parola non può valere solo per alcuni. Se ogni contestazione alla politica israeliana viene bollata come antisemitismo, il rischio è che il dibattito muoia sotto il peso della retorica identitaria.
A pochi giorni dal Pride tenutosi a Napoli, è scontro aperto tra la CGIL e la Comunità Ebraica cittadina. Al centro della polemica, l’intervento del rappresentante di Nuovi Diritti CGIL Napoli e Campania, Mario Zazzaro accusato di aver messo in discussione il diritto di parola dell’associazione Maghen David Keshet Italia. Ma dietro la contestazione si agita una questione più ampia e delicata: è ancora possibile, in Italia, criticare la politica dello Stato di Israele senza essere accusati di antisemitismo?
Il Consiglio della Comunità Ebraica di Napoli ha condannato pubblicamente l’intervento sindacale, affermando che il rappresentante CGIL avrebbe ironizzato sul nome dell’associazione ebraica LGBTQ+ e subordinato il suo intervento a una presa di distanza dal governo israeliano. «Un atto che», secondo la Comunità, «non può che generare profonda inquietudine in noi Ebrei italiani e in chiunque creda nella democrazia e nella libertà».
Ma l’accusa solleva interrogativi: esprimere dissenso verso le politiche di Benjamin Netanyahu – contestate da decine di organizzazioni internazionali per le violazioni del diritto umanitario – significa forse mettere in discussione l’identità ebraica? Oppure, come sembra più plausibile, si tratta di una legittima critica politica, perfettamente compatibile con i principi democratici?
La CGIL: «Condanniamo le politiche, non i popoli»
La CGIL, dal canto suo, respinge ogni accusa di antisemitismo. In una nota, il sindacato chiarisce: «Il nostro intervento al Pride aveva come unico obiettivo quello di condannare con fermezza la politica del governo Netanyahu, in linea con le posizioni assunte da organismi internazionali autorevoli. Non c’è stato alcun attacco alla religione ebraica, né alla comunità ebraica in quanto tale».
E ancora: «La critica è rivolta a un governo, non a un popolo o a una fede. L’associazione Keshet non è stata derisa né censurata: è stata ribadita la disponibilità al dialogo, a condizione che questo avvenga in un contesto di condanna delle politiche israeliane. Tale richiesta non ha in alcun modo compromesso la libertà di espressione dell’associazione».
Una precisazione che sgombra il campo da ogni ambiguità: la critica politica, anche dura, non equivale a odio etnico o religioso. Equiparare le due cose significa confondere deliberatamente i piani, alimentando una narrativa vittimista che finisce per mettere a tacere ogni dissenso.
Il rischio di immunità morale
Nel suo comunicato, la Comunità Ebraica richiama la memoria delle leggi razziali del 1938 e delle persecuzioni subite dagli ebrei italiani. Questa memoria – doverosa e sacrosanta – non può essere usata come scudo contro ogni forma di confronto democratico. La sofferenza storica di un popolo non garantisce l’immunità dalle critiche politiche rivolte a uno Stato, tantomeno quando queste critiche sono motivate da violazioni documentate del diritto internazionale.
Le parole della CGIL sono nette: «Non vi è, né vi sarà mai, alcuna volontà da parte nostra di ledere i diritti o la dignità di cittadini italiani in base alla loro origine, religione o opinioni. Ma il rispetto per la storia non può tradursi in silenzio politico».
La domanda scomoda
La CGIL chiude la propria replica con una richiesta esplicita alla Comunità Ebraica di Napoli: «Chiediamo se condanna o meno le politiche repressive del governo Netanyahu e se condivide, per aprire un dialogo costruttivo, il pieno rispetto del diritto umanitario e internazionale, a partire dall’ordine della Corte di Giustizia Internazionale nei confronti di Israele rispetto all’applicazione della Convenzione sulla prevenzione del genocidio».
Una domanda chiara, che merita una risposta politica, non una reazione emotiva perché partecipare al dibattito pubblico implica accettare anche le domande difficili – soprattutto quando si rivendica una rappresentanza collettiva.
Criticare non è odiare
In una democrazia, nessuno – nemmeno una comunità storicamente discriminata – può essere sottratto alla critica, quando essa si rivolge a scelte politiche concrete. La difesa della libertà di parola non può valere solo per alcuni. Se ogni contestazione alla politica israeliana viene bollata come antisemitismo, il rischio è che il dibattito muoia sotto il peso della retorica identitaria.
Come ha ricordato più volte anche lo storico israeliano Zeev Sternhell, «confondere il sionismo con l’identità ebraica è un errore pericoloso, perché trasforma ogni critica in eresia, e ogni dissenso in odio». Una lezione che, forse, oggi più che mai, vale anche per l’Italia.
Red

