Due operai hanno perso la vita nella stessa giornata. Vincenzo Maio: «Non è più possibile chiamarle fatalità. È una carneficina».
Tre morti nei cantieri in pochi giorni, due soltanto nella giornata di oggi. Numeri che non possono più essere archiviati sotto la voce “fatalità”. In Campania la sequenza degli incidenti mortali sul lavoro assume i contorni di una vera e propria emergenza. E mentre si continua a parlare di sicurezza dopo ogni tragedia, ci sono famiglie che piangono lavoratori che non sono più tornati a casa.
È con queste parole che Vincenzo Maio, segretario generale della Fillea CGIL Campania, interviene sulla nuova scia di sangue che attraversa i cantieri della regione.
L’ultima giornata ha restituito due nuove tragedie. Dopo la morte di un operaio di 46 anni ad Apollosa, nel Beneventano, è arrivata la notizia di un altro lavoratore deceduto a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Aveva 55 anni. Entrambi erano salernitani ed entrambi si trovavano in trasferta per lavorare.

Pochi giorni prima aveva perso la vita Salvatore Calignano, 61 anni, originario di Orta di Atella, trovato senza vita e abbandonato ai bordi di una strada a Caivano. Una sequenza che, secondo Maio, impone di smettere di parlare di semplici fatalità.
«Non è più possibile chiamarle fatalità. È una carneficina», denuncia il segretario generale della Fillea CGIL Campania, sottolineando come di fronte a una situazione simile non siano più sufficienti il cordoglio, le dichiarazioni di circostanza o la promessa di intensificare i controlli dopo ogni tragedia. «Un Paese civile non può aspettare che un lavoratore muoia per chiedersi se quel cantiere fosse sicuro», afferma Maio. Il punto, per il sindacato, è cambiare prospettiva: la prevenzione deve arrivare prima della tragedia, non dopo.
La Fillea CGIL, ricorda il segretario generale, da anni indica una strada precisa: «Più controlli, formazione vera, qualificazione delle imprese, responsabilità lungo tutta la filiera degli appalti, contrasto al subappalto a cascata, responsabilità solidale della committenza, maggiore coordinamento tra gli enti e gli organi ispettivi».
A questo si aggiunge una richiesta che il sindacato porta avanti da tempo: «Continuiamo a chiedere una Procura speciale nazionale per le morti e gli infortuni sul lavoro, perché davanti a una strage che attraversa il Paese non può esistere una risposta frammentata».

Ma la questione, avverte Maio, non riguarda soltanto le norme. Prima ancora viene l’etica, la morale di chi organizza il lavoro e decide come viene costruito un appalto. «C’è una questione che riguarda prima ancora delle norme: l’etica e la morale di chi organizza il lavoro», sottolinea il segretario della Fillea Campania. E il nodo, secondo il sindacato, è anche quello del massimo ribasso. «Non può essere considerato normale che, nella ricerca del massimo ribasso, si comprimano tempi, costi e diritti fino a comprimere anche il valore della vita».
La sicurezza, dunque, non può essere considerata una variabile dipendente dal costo di un’opera o dalle esigenze di una commessa. Per questo anche il concetto di impresa qualificata deve essere ripensato. «Un’impresa qualificata non è soltanto quella che possiede i requisiti per partecipare a una gara. È quella che considera la sicurezza una parte irrinunciabile del proprio modo di fare impresa», afferma Maio.
Lo stesso principio deve valere per la committenza. Chi affida un lavoro, sostiene il segretario generale della Fillea Campania, non può limitarsi a scegliere chi offre il prezzo più basso e poi considerarsi estraneo a ciò che accade lungo tutta la filiera. «Una committenza responsabile non può limitarsi a scegliere chi costa meno e poi considerarsi estranea a ciò che accade lungo la filiera». La responsabilità, aggiunge, non può essere scaricata sull’ultimo anello della catena: il lavoratore. «La sicurezza non può essere scaricata sull’ultimo anello della catena: il lavoratore».
Da qui la richiesta di un vero cambio di paradigma. «Bisogna cambiare paradigma. Non dobbiamo intervenire soltanto per accertare chi ha sbagliato dopo una morte. Dobbiamo costruire un sistema capace di impedire che quella morte possa accadere».
Un cambio di prospettiva che parte dalla consapevolezza che dietro ogni statistica c’è una vita spezzata. «Perché dietro ogni numero c’è una persona. Dietro ogni persona c’è una famiglia. E dietro ogni tragedia c’è una responsabilità che qualcuno deve assumersi».
Il messaggio finale di Maio è netto e non lascia spazio a formule di circostanza: «Non vogliamo imparare dai morti. Vogliamo che i lavoratori tornino vivi a casa». E allora, di fronte alla nuova scia di sangue nei cantieri, la denuncia della Fillea CGIL Campania diventa un appello che riguarda istituzioni, imprese, committenti e l’intero sistema degli appalti: «La Campania non può diventare un bollettino di guerra. La sicurezza non è un dettaglio. La vita di chi lavora viene prima di tutto».
Ciro Crescentini
