L’arcivescovo di Napoli denuncia lo sfruttamento nei campi: «Dietro un prezzo troppo basso può esserci una vita pagata troppo poco». L’appello alla dignità e ai diritti di chi lavora
Non basta benedire la terra se si dimentica chi la coltiva. È un messaggio che unisce fede e responsabilità sociale quello lanciato dal cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, durante l’omelia pronunciata oggi, 16 ottobre, nel santuario di Materdomini, a Caposele, in occasione della festa di San Gerardo Maiella, nel terzo centenario della nascita del santo redentorista.
La tradizionale benedizione delle sementi diventa così l’occasione per accendere i riflettori sulle difficoltà di agricoltori e braccianti, troppo spesso intrappolati tra costi crescenti, compensi insufficienti e ricatti legati al bisogno. «Non possiamo chiedere a Dio di benedire il campo e accettare che, in quel campo, un uomo venga trattato come un attrezzo», ammonisce Battaglia, indicando una contraddizione che non può essere ignorata.
Il cardinale insiste soprattutto sul rapporto tra lavoro, salute e dignità. «Quando il lavoro divora la salute e non permette di vivere, chiamarlo sacrificio è un’offesa», afferma, respingendo l’idea che la sofferenza dei lavoratori possa essere giustificata in nome della produttività o del profitto.
La denuncia coinvolge anche i consumatori. La ricerca del prezzo più basso, osserva Battaglia, non è sempre una scelta priva di conseguenze: «Dietro un prezzo troppo basso può esserci una vita pagata troppo poco». Un richiamo che invita a guardare oltre gli scaffali dei supermercati, interrogandosi sulle condizioni di chi produce gli alimenti che arrivano quotidianamente sulle nostre tavole.
Nell’omelia emerge anche una critica più ampia a una società che misura il valore delle persone sulla base della loro utilità economica. «Un giovane vale se produce. Un anziano diventa un costo. Un lavoratore si sostituisce appena rallenta», sottolinea il presule. Una logica che rischia di trasformare le persone in strumenti da utilizzare finché risultano convenienti, dimenticando fragilità, diritti e bisogni.
Battaglia non risparmia neppure la comunità ecclesiale, chiamata a interrogarsi sulle proprie responsabilità. «Anche la Chiesa è sotto questo giudizio. Anche io», riconosce, mettendo in guardia dalla tentazione di difendere il prestigio delle istituzioni più della verità delle persone e di chiedere pazienza a chi subisce ingiustizie, riservando maggiore attenzione a chi esercita il potere.
Da qui l’appello a superare il silenzio e la rassegnazione: «Ci sono scelte da cambiare. Ci sono ingiustizie da chiamare per nome. Ci sono silenzi che proteggono chi ferisce».
Il riferimento a San Gerardo Maiella restituisce infine alla celebrazione religiosa una dimensione concreta. La fede, nel messaggio dell’arcivescovo, non può restare confinata nei riti, ma deve tradursi in solidarietà e responsabilità quotidiana. L’obiettivo è un mondo in cui il raccolto possa arrivare sulle tavole di tutti e chi ha lavorato per produrlo possa tornare a casa senza paura del domani. Perché la dignità non dipende da quanto una persona produce, ma dal semplice fatto che sia una persona. E nessuna benedizione può sostituire il dovere di garantirle rispetto, sicurezza e diritti.
