L’inchiesta contesta turni massacranti, presunte violazioni sulla sicurezza e attestati di formazione falsi. E ora emerge il problema della vigilanza di delegati e strutture territoriali
È uno dei capitoli più pesanti dell’inchiesta della Procura di Napoli sui lavori dell’Alta Velocità Napoli-Bari. Al centro di questo filone investigativo c’è Ali Salah Ali Abdelati, formalmente dipendente di Areco Srl, che secondo la Procura avrebbe avuto un ruolo operativo nel reclutamento e nella gestione della manodopera egiziana destinata ai cantieri. Le contestazioni riguardano, tra gli altri, i cantieri collegati a Nacav, Hirpinia AV e Telese.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quello della manodopera straniera sarebbe stato un sistema strutturato. Una ricostruzione che dovrà naturalmente essere verificata nel corso del procedimento e che non equivale a una condanna definitiva.
“Il caporalato? Quello è un caporalato”
Le intercettazioni raccolte dalla Guardia di Finanza e riportate negli atti dell’inchiesta restituiscono, secondo l’accusa, un quadro particolarmente pesante. Nell’ottobre 2024 Dante Salzillo, uno dei riferimenti di Areco, parlando degli operai egiziani avrebbe detto:“Con il caporalato… ma quello è un caporalato eh attenzione! … tu lo sai che gli egiziani hanno il caporalato?… notte e giorno fanno, il giorno in galleria e la notte là!”. E ancora: “La notte là dormono 3/4 ore ed escono di nuovo.”
Secondo quanto ricostruito negli atti giudiziari, i lavoratori sarebbero stati sottoposti a turni che potevano arrivare a 10, 12, 14, 16 e persino 20 ore. Condizioni che il giudice per le indagini preliminari descrive, nella ricostruzione riportata negli atti, come incompatibili con condizioni di lavoro regolari e rispettose dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Il presunto sistema di reclutamento degli egiziani
Tra le persone sottoposte a misura cautelare figura Ali Salah Ali Abdelati, che gli inquirenti considerano una figura centrale nel reclutamento della manodopera egiziana. Secondo la Procura, il suo ruolo formale all’interno di Areco non avrebbe rappresentato quello effettivamente svolto: sarebbe stato l’intermediario attraverso il quale venivano reclutati lavoratori egiziani da destinare ai cantieri. Alcuni di questi lavoratori, secondo l’accusa, sarebbero stati privi di regolare permesso di soggiorno. Ed è proprio qui che emerge un altro passaggio dell’inchiesta.
Nel giugno 2025 Dante Salzillo avrebbe parlato dei permessi di soggiorno: “Ali Abdelati si sta vendendo i permessi di soggiorno a mille e cinquecento euro ciascuno…” E subito dopo: “Serve l’azienda per assumere, perché tu ci devi dimostrare l’assunzione. E chi meglio di noi!”
Secondo la ricostruzione investigativa, Areco sarebbe stata utilizzata per formalizzare rapporti di lavoro che avrebbero consentito di regolarizzare la posizione di lavoratori extracomunitari. Il meccanismo, secondo l’accusa, avrebbe avuto un costo per gli stessi lavoratori.
“È come se avesse i carcerati”
Il controllo sulla manodopera, sempre secondo gli investigatori, non si sarebbe limitato al rapporto di lavoro. In una conversazione Dante Salzillo avrebbe detto: “Salah dà a campare pure i genitori di questi qua, perché gli mandano le persone”. La risposta dell’interlocutore sarebbe stata: “È come se avesse i carcerati”. Una frase che gli inquirenti interpretano come indicativa di una situazione di forte dipendenza dei lavoratori nei confronti del presunto intermediario.
Un rudere per dieci operai
C’è poi un episodio del marzo 2024. I finanzieri avrebbero ascoltato Dante Salzillo mentre cercava un luogo dove sistemare una decina di lavoratori extracomunitari. La richiesta sarebbe stata quella di trovare: “Un rudere di campagna“. E riferendosi agli operai: “Ci devo mettere dentro una decina di talebani” Secondo l’ipotesi investigativa, anche questo episodio si inserirebbe nel sistema di gestione della manodopera contestato agli indagati.
“Io i soldi li ho dati a te”
Un altro capitolo riguarda le retribuzioni. Nel gennaio 2026 Dante Salzillo, rivolgendosi ad Ali Salah Ali Abdelati, avrebbe detto: “Io i soldi li ho dati a te e tu li devi pagare a questi…” E ancora: “Se la busta paga esce mille euro e quello deve prendere mille e cinque, io ti ho dato mille e cinque.”
Secondo la Procura, il sistema avrebbe consentito al presunto intermediario di trattenere una parte delle somme destinate agli operai. È una delle condotte che gli investigatori riconducono all’ipotesi di sfruttamento della manodopera.
Trecentomila euro verso l’Egitto
Nell’inchiesta compare anche un’operazione finanziaria di dimensioni rilevanti. Gli investigatori avrebbero documentato un progetto di trasferimento in Egitto di circa 300mila euro riconducibili ad Ali Salah Ali Abdelati. Per una parte dell’operazione sarebbe stato coinvolto Domenico Di Lillo, indicato dagli inquirenti come intermediario. In relazione a 40mila euro già nella disponibilità dell’operazione, Dante Salzillo avrebbe detto: “Tu fai il bonifico e garantisco io, vieni da me e ti dò i soldi”. La risposta attribuita a Domenico Di Lillo: “Sì lo facciamo, non deve sapere niente nessuno”. Anche in questo caso si tratta di una ricostruzione investigativa, non di un accertamento definitivo di responsabilità.
La sicurezza: operai con attestati che, secondo l’accusa, sarebbero falsi
Ma il capitolo forse più delicato riguarda la formazione obbligatoria sulla sicurezza. Secondo la Procura, alcuni lavoratori impiegati nei cantieri sarebbero stati in possesso di attestati di formazione sulla sicurezza falsi, documenti destinati a certificare la partecipazione ai corsi obbligatori. Non si tratterebbe, secondo l’accusa, di una semplice irregolarità burocratica.
Quegli attestati avrebbero infatti certificato formalmente una formazione che, secondo gli investigatori, in alcuni casi non sarebbe stata realmente effettuata. Nell’inchiesta sono contestate a Dante Salzillo, Raffaele Salzillo e Ali Salah Ali Abdelati condotte relative alla falsificazione della documentazione concernente la formazione di diversi dipendenti di Areco.
Secondo la ricostruzione investigativa, Ali Salah Ali Abdelati sarebbe stato utilizzato come traduttore per i corsi destinati agli operai di lingua araba. Gli investigatori contestano inoltre l’utilizzo di fogli già firmati in bianco, che sarebbero stati successivamente utilizzati per documentare la partecipazione degli operai ai corsi. In sostanza, secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni lavoratori avrebbero potuto risultare formalmente formati senza aver ricevuto realmente la formazione attestata dai documenti. Una circostanza particolarmente grave se riferita a lavoratori impegnati in cantieri ferroviari complessi e, in alcuni casi, nelle gallerie.
Il paradosso dei protocolli di legalità
Ed è qui che l’inchiesta incrocia la storia dei protocolli di legalità sottoscritti proprio per accompagnare la realizzazione della Napoli-Bari.
Per questa grande opera non mancavano, infatti, strumenti formalmente destinati a prevenire infiltrazioni criminali, irregolarità nella filiera, lavoro irregolare e violazioni delle norme sulla sicurezza. Anzi, i documenti prevedevano sistemi di monitoraggio particolarmente articolati.
Il 10 ottobre 2017, a Napoli, fu sottoscritto il Protocollo di legalità relativo alla tratta Napoli-Cancello della linea AV/AC Napoli-Bari. Il documento fu firmato dalla Prefettura di Napoli, da RFI e dall’ATI appaltatrice. Per la parte relativa al monitoraggio e al tracciamento della manodopera parteciparono anche la Direzione territoriale del Lavoro e le organizzazioni sindacali di categoria.
Il protocollo aveva tra i suoi obiettivi la prevenzione antimafia e la verifica della sicurezza e della regolarità dei cantieri, oltre al monitoraggio e al tracciamento dei flussi di manodopera.
Il 18 aprile 2018, presso le Prefetture di Benevento e Caserta, fu sottoscritto il Protocollo di legalità relativo al raddoppio della tratta Cancello-Frasso Telesino. A sottoscriverlo furono le Prefetture di Benevento e Caserta, RFI e i soggetti della filiera appaltatrice. L’obiettivo era impedire infiltrazioni della criminalità organizzata e rafforzare i controlli lungo la filiera dei lavori.
Il 22 ottobre 2019, presso la Prefettura di Avellino, venne sottoscritto il Protocollo di legalità per il raddoppio della tratta Apice-Orsara. Firmatari furono le Prefetture di Avellino e Benevento, RFI, il Consorzio Hirpinia AV, gli Ispettorati territoriali del lavoro e le organizzazioni sindacali Fillea CGIL, Filca CISL e Feneal UIL. Il documento prevedeva il monitoraggio dei soggetti che realizzavano l’opera, dei flussi finanziari, delle condizioni di sicurezza dei cantieri e del rispetto dei diritti contrattuali dei lavoratori. L’applicazione del protocollo veniva estesa a tutti gli operatori della filiera. Tra i contratti sottoposti a controllo erano compresi anche quelli relativi alla somministrazione di manodopera. Il protocollo prevedeva inoltre strumenti di monitoraggio della filiera e un sistema di controllo sugli operatori impegnati nell’opera.
Il 4 novembre 2020, a Roma, presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, fu firmato un Protocollo d’intesa tra RFI e le organizzazioni sindacali Feneal UIL, Filca CISL e Fillea CGIL per la tutela della sicurezza e dei diritti dei lavoratori. Il protocollo riguardava la filiera delle imprese affidatarie dei lavori RFI e prevedeva confronti periodici su sicurezza, prevenzione degli infortuni, diritti dei lavoratori e regolarità dei cantieri. Erano previste verifiche anche nei confronti dei subappaltatori.
Il 27 maggio 2022, sempre a Roma, fu firmato il Protocollo d’intesa unico tra i Commissari straordinari di Governo e Feneal UIL, Filca CISL e Fillea CGIL per le opere ferroviarie del PNRR. Il protocollo prevedeva il monitoraggio dei cantieri proprio su sicurezza, turni di lavoro, formazione e prevenzione delle infiltrazioni nei contratti di appalto. E qui c’è un passaggio che, alla luce dell’inchiesta, assume un significato particolare: il documento stabiliva che tutti i lavoratori operanti nei cantieri dovessero aver svolto la formazione di ingresso sulla sicurezza sul lavoro, attestata dagli enti bilaterali.
Le regole c’erano. La domanda è: chi le ha controllate?
È questo il punto che emerge mettendo insieme le carte dell’inchiesta e quelle dei protocolli. Le regole c’erano. C’erano i protocolli antimafia. C’erano gli obblighi di tracciamento della manodopera. C’erano i controlli sulla filiera. C’erano gli obblighi sulla sicurezza. C’erano le verifiche sulla formazione. C’erano gli incontri con i sindacati. C’erano strumenti specifici per controllare i subappalti e la somministrazione di manodopera.
Eppure, secondo la Procura di Napoli, proprio dentro questa filiera sarebbero maturate condotte riconducibili al caporalato e allo sfruttamento di lavoratori egiziani, con turni che sarebbero arrivati fino a venti ore, presunte irregolarità nelle retribuzioni e, sul fronte della sicurezza, attestati di formazione che gli investigatori ritengono falsi. Non è corretto sostenere oggi che tutti i protocolli siano stati “puntualmente disattesi” da tutti i firmatari: sarebbe un’affermazione che richiederebbe un accertamento giudiziario e amministrativo specifico. Ma è un dato che i protocolli prevedevano proprio quei controlli che oggi assumono un peso centrale nell’inchiesta.
Quello di Napoli-Cancello prevedeva controlli sulla sicurezza, sulla regolarità dei cantieri e sulla manodopera. Quello di Apice-Orsara prevedeva il monitoraggio delle condizioni di sicurezza, dei diritti dei lavoratori e della somministrazione di manodopera lungo la filiera. Il Protocollo RFI-sindacati del 2020 prevedeva controlli sugli adempimenti in materia di sicurezza anche nei subappalti. E il Protocollo del 2022 stabiliva espressamente che tutti i lavoratori dovessero avere la formazione di ingresso sulla sicurezza.
La vera domanda dell’inchiesta
Per questo, oltre alle responsabilità individuali che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, resta una domanda più ampia: come è stato possibile, se le accuse della Procura saranno confermate, che un sistema costruito su protocolli di legalità, controlli della filiera, monitoraggio della manodopera e verifiche sulla sicurezza non abbia impedito — o non abbia tempestivamente intercettato — le condotte oggi contestate? È questa la questione che va oltre i singoli indagati. Perché un protocollo di legalità non vale soltanto per ciò che promette sulla carta. Vale per i controlli che riesce realmente a produrre nei cantieri. E sarà proprio il procedimento giudiziario, insieme agli eventuali accertamenti degli organismi competenti, a chiarire se quei controlli abbiano funzionato, dove abbiano eventualmente fallito e chi avrebbe avuto il compito di intervenire.
E i sindacati? Dove erano i delegati di cantiere?
C’è infine una domanda che non può essere ignorata e che riguarda il ruolo delle organizzazioni sindacali di categoria. Fillea CGIL, Filca CISL e Feneal UIL erano parte del sistema di relazioni costruito intorno alla grande opera. Nel protocollo di legalità per la tratta Apice-Orsara, sottoscritto il 22 ottobre 2019, le tre organizzazioni risultano formalmente tra i soggetti firmatari. E i protocolli successivi richiamavano esplicitamente la sicurezza, la formazione, i diritti dei lavoratori e il monitoraggio delle condizioni nei cantieri. Alla luce delle contestazioni della Procura, però, una domanda appare inevitabile. Dov’erano i delegati aziendali? Dov’erano i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza? Dov’erano i dirigenti territoriali di Fillea CGIL, Filca CISL e Feneal UIL che seguivano i cantieri? Possibile che, secondo quanto emerge oggi dalle indagini, nessuno abbia notato la presenza di gruppi di lavoratori egiziani sottoposti — sempre secondo l’accusa — a turni di 10, 12, 14, 16 e persino 20 ore? Possibile che nessuno abbia raccolto segnalazioni sulle condizioni degli alloggi, sulle modalità di reclutamento della manodopera, sulle presunte anomalie nelle retribuzioni? E soprattutto: possibile che nessuno abbia sollevato dubbi sulla formazione sulla sicurezza di questi operai, se davvero — come sostiene l’accusa — alcuni di loro erano in possesso di attestati falsi?
Sono domande che oggi assumono un peso ancora maggiore alla luce delle dichiarazioni arrivate proprio dal mondo sindacale. Il segretario generale della CGIL Napoli e Campania, Nicola Ricci, ha definito le notizie sull’inchiesta motivo di “profonda e forte preoccupazione”, sottolineando che le accuse relative a turni fino a 20 ore, mancati riposi, retribuzioni inferiori ai contratti collettivi e violazioni della sicurezza, se confermate, delineerebbero uno scenario “intollerabile”.
Ricci ha inoltre richiamato il problema dei subappalti, sottolineando come le dinamiche corruttive, le presunte infiltrazioni criminali, il rilascio irregolare dei permessi di soggiorno e le false attestazioni sulla sicurezza mostrerebbero quanto sia ancora elevato il rischio proprio lungo la catena dei subappalti. Ancora più diretto è stato Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea CGIL, che ha posto una domanda destinata a pesare nel dibattito sui controlli: “Come è possibile che il committente e le ditte appaltatrici non si accorgano che ci sono decine e decine di lavoratori che fanno più di 12 ore al giorno?”
Di Franco ha richiamato anche gli strumenti previsti nei protocolli di legalità, a partire dai settimanali di cantiere e dai controlli degli accessi, chiedendo maggiore efficacia nei controlli e una selezione più rigorosa degli operatori economici, anche nei subappalti.
Una posizione che porta inevitabilmente a una domanda ulteriore. Se oggi la stessa organizzazione sindacale che opera nel settore denuncia la carenza di controlli nei grandi cantieri e si chiede come sia stato possibile non accorgersi di decine di lavoratori impegnati per oltre dodici ore al giorno, chi controllava concretamente quello che accadeva nei cantieri della Napoli-Bari?
Perché un conto è firmare un protocollo. Un altro è verificare che venga applicato. E qui tornano le domande sui delegati aziendali, sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e sulle strutture territoriali delle organizzazioni sindacali. Dove erano? Quali segnalazioni hanno ricevuto? Quali sopralluoghi sono stati effettuati? Quali anomalie sono state eventualmente segnalate alle aziende, a RFI, agli organismi di vigilanza o alle Prefetture?
E soprattutto: gli operai egiziani che, secondo la ricostruzione della Procura, lavoravano nei cantieri con turni massacranti erano visibili soltanto agli investigatori dopo mesi di intercettazioni, oppure qualcuno li aveva già visti e aveva il dovere di chiedersi in quali condizioni stessero lavorando?
Sono interrogativi ai quali non spetta alla cronaca dare una risposta anticipata MA sono domande alle quali, alla luce dell’inchiesta, chi aveva responsabilità di controllo nei cantieri dovrà dare risposte precise. Perché non basta che la legalità sia scritta nei protocolli. Non basta che la sicurezza sia prevista nei documenti. Non basta che i sindacati siano seduti al tavolo quando le regole vengono firmate.
La vera verifica della legalità avviene dentro il cantiere: davanti agli operai, davanti agli accessi, davanti alle buste paga, davanti agli attestati di formazione e davanti agli orari effettivamente lavorati. Ed è proprio lì che ora bisognerà capire cosa è stato visto, cosa non è stato visto e, soprattutto, chi avrebbe dovuto vedere.
Ciro Crescentini
