Da Torino a Roma e Napoli, gli studenti contestano il riarmo, denunciano i tagli all’istruzione e chiedono un futuro senza precarietà. Annunciata la mobilitazione del 30 ottobre
Le piazze tornano a parlare la lingua della protesta. E questa volta lo fanno con la voce di chi troppo spesso viene chiamato in causa quando si tratta di futuro, ma troppo raramente ascoltato quando chiede di poterlo costruire. Gli studenti sono scesi in strada in diverse città italiane per contestare le politiche del governo Meloni, denunciando una contraddizione sempre più evidente: mentre si trovano risorse per le spese militari e per il sostegno internazionale a governi accusati di gravi violazioni dei diritti umani, la scuola e l’università continuano a fare i conti con carenze strutturali, edifici inadeguati e disuguaglianze nell’accesso alla formazione.
Da Torino a Roma, passando per Napoli, la mobilitazione ha portato nelle strade una generazione che non intende accettare passivamente le scelte politiche ed economiche che condizionano il proprio domani. Non si tratta soltanto di protestare contro singoli provvedimenti, ma di mettere in discussione un modello di società nel quale il diritto allo studio rischia di diventare un privilegio, anziché una garanzia per tutte e tutti.
Torino, la protesta non si ferma
Nel capoluogo piemontese il corteo, partito da piazza XVIII Dicembre e conclusosi davanti a Palazzo Nuovo, ha attraversato il centro cittadino coinvolgendo migliaia di giovani secondo quanto riportato dalle cronache della manifestazione. Gli studenti hanno rivolto la propria contestazione al governo, alle politiche di riarmo e a un sistema economico che, denunciano, scarica sulle nuove generazioni il peso della precarietà e del carovita.
La protesta ha registrato anche momenti di tensione. In piazza Castello si sono verificati lanci di pietre contro le forze dell’ordine e cariche di alleggerimento. Episodi che segnano una fase delicata della mobilitazione, senza cancellare le ragioni politiche che hanno portato tanti ragazzi in piazza.
Il messaggio dei manifestanti è stato netto: la mobilitazione continuerà. Gli studenti hanno annunciato la partecipazione allo sciopero generale del 30 ottobre, rilanciando l’alleanza con i lavoratori contro il caro vita e le politiche governative. Una presa di posizione che lega direttamente la questione scolastica alle condizioni materiali delle famiglie, alla precarietà occupazionale e alla possibilità di immaginare un futuro diverso.
Dalla Palestina alle aule che cadono a pezzi
La questione internazionale attraversa le rivendicazioni della protesta. La solidarietà con il popolo palestinese e la denuncia delle violenze a Gaza si intrecciano con la contrarietà al riarmo europeo e alla destinazione delle risorse pubbliche. Per i manifestanti, non può esserci indifferenza davanti alla guerra mentre nelle scuole mancano spazi adeguati, servizi e strumenti per garantire una formazione di qualità.
Ma la protesta guarda anche dentro le aule italiane. Edifici fatiscenti, difficoltà economiche, affitti sempre più pesanti per chi studia lontano da casa e ostacoli all’inclusione compongono un quadro che colpisce soprattutto chi parte da condizioni svantaggiate.
Anche il limite del 30% di alunni stranieri per classe è entrato nel mirino della contestazione. Gli studenti denunciano il rischio che misure di questo tipo alimentino divisioni invece di affrontare le disuguaglianze attraverso investimenti, sostegno educativo e politiche capaci di favorire l’inclusione.
Il futuro non è una concessione
Ridurre queste mobilitazioni a una questione di ordine pubblico significherebbe ignorare le domande che le attraversano. La scuola pubblica non è un costo da contenere, ma un investimento collettivo. L’università non dovrebbe essere una corsa a ostacoli riservata a chi può permettersela. E la partecipazione politica dei giovani non può essere considerata legittima soltanto quando non disturba la routine delle città.
Questo non significa ignorare i disagi causati dai cortei né giustificare ogni episodio di tensione. Significa, piuttosto, distinguere i singoli comportamenti dalle ragioni di una protesta che mette al centro diritti fondamentali e scelte politiche di lungo periodo.
Gli studenti chiedono risorse, ascolto, spazi democratici e un sistema educativo capace di ridurre le disuguaglianze anziché riprodurle. Chiedono di non essere trattati come una generazione sacrificabile, destinata a studiare in strutture inadeguate, lavorare senza garanzie e pagare il prezzo di decisioni prese altrove. La loro mobilitazione pone una domanda semplice, ma profondamente politica: quale futuro vuole costruire questo Paese?
La risposta non può arrivare dagli slogan di chi governa, ma dalle scelte concrete su istruzione, welfare, pace e diritti. Le piazze hanno riaperto il confronto. E il messaggio degli studenti è chiaro: il futuro non si aspetta in silenzio, si conquista collettivamente.
Ciro Crescentini
