Il messaggio che arriva dalle piazze e dalle scuole è comune: una parte degli studenti italiani guarda a ciò che sta accadendo oltreconfine e prova a trasformarlo in una nuova stagione di mobilitazione
Dalle aule occupate alle assemblee, dai picchetti davanti ai cancelli alle autogestioni. La protesta studentesca che nelle ultime settimane ha acceso la Francia comincia a farsi sentire anche in Italia. Il riferimento è esplicito: «Facciamo come in Francia» è lo slogan che accompagna una mobilitazione partita da Torino e arrivata, nel giro di pochi giorni, a Roma e Napoli, con iniziative anche a Bologna.
A Torino il movimento ha mosso i primi passi. Lunedì 5 ottobre sono stati occupati il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio. Il giorno successivo è toccato al Sella Aalto Lagrange, mentre al Gobetti è stata avviata l’autogestione. Una protesta che mette insieme questioni molto concrete e temi di carattere nazionale.
Al centro ci sono innanzitutto le condizioni degli edifici scolastici: infiltrazioni, impianti che non funzionano e lavori ancora da completare. Ma le richieste vanno oltre la situazione delle singole scuole. Gli studenti contestano il decreto Scuola, chiedono un ripensamento del limite agli studenti stranieri e maggiori investimenti nell’istruzione. Tra i temi sollevati compare anche la critica all’aumento della spesa militare.
Da Torino la mobilitazione ha raggiunto Roma. Qui l’occupazione del liceo Cavour è arrivata dopo l’avvio di provvedimenti disciplinari legati a un’azione di protesta contro Israele. Poco dopo la mobilitazione si è estesa anche all’istituto tecnico Lattanzio e al liceo Tullio Levi Civita, dove gli studenti segnalano, tra le altre cose, problemi strutturali e l’inagibilità di una parte dell’edificio.
Negli altri istituti della Capitale sono partiti picchetti e assemblee. Tra le scuole coinvolte ci sono Avogadro e Newton. Una mobilitazione distinta, ma inserita nello stesso clima, ha riguardato anche gli studenti del liceo francese Chateaubriand, scesi in strada senza entrare in classe.
Anche Napoli è entrata nella mappa della protesta. A Posillipo gli studenti hanno occupato il liceo Tito Lucrezio Caro. Le richieste riguardano ancora una volta finanziamenti, manutenzione e condizioni delle strutture scolastiche, ma la protesta si sposta anche su questioni politiche più ampie: dal limite agli alunni stranieri al progetto del Cpr di Castel Volturno.
E mentre nelle scuole si moltiplicano occupazioni e assemblee, anche l’università si mobilita. A Bologna circa un centinaio di studenti universitari e delle superiori ha attraversato il quartiere universitario.
La protesta, insomma, non ha ancora assunto ovunque le stesse dimensioni né le stesse forme. Ma il messaggio che arriva dalle piazze e dalle scuole è comune: una parte degli studenti italiani guarda a ciò che sta accadendo oltreconfine e prova a trasformarlo in una nuova stagione di mobilitazione. Con una domanda che, da Torino a Napoli, torna a risuonare nei corridoi degli istituti: perché non farlo anche qui?
Ciro Crescentini

