Ritorniamo ad “arare” e creiamo campi da coltivare

In nessun mare si può navigare senza cultura e se al timone ci saranno quei ragazzi di oggi (e uomini e donne di domani) che ne avranno usufruito, allora la molla del cambiamento ne traccerà almeno il sentiero per immaginare un mondo migliore

La povertà non è mai stata “assente”. Cambia volto, condizioni, connotazioni, ma è antica come il mondo ed esiste da sempre. Ogni tempo ne ha avuto la sua vergogna umana. E l’oggi non fa eccezione, anzi, ne è squallida realtà una società sempre più capitalista nella sua sete di potere e generatrice di diseguaglianza ed emarginazione. Espulsiva per chi non rientra nel sistema dei forti.

Esiste la povertà stabile dalle dimensioni drammatiche, fino mettere a rischio la vita stessa di chi la subisce, e quella a cicli alterni, che non consente a chi è vittima della provvisorietà del lavoro di programmare un’esistenza di diritto.

Ma questa mia non vuole esserne una trasposizione di approfondimento, per la complessità di un tema che abbraccia mille articolazioni e analisi, ma unicamente un punto di aggancio per una scomposizione di pensiero su quel legame che può portare all’impoverimento dei giovani, ed ancor più dei minori nella fase adolescenziale-formativa.

La povertà di una famiglia incide anche e soprattutto sul percorso di studi e di crescita culturale dei figli da avviare alla vita, a cui evidentemente non basta solo assicurare cibo e vestiario ma occorre anche dotare della possibilità di usufruire di strumenti di apprendimento e di eque opportunità per stare al mondo, al pari degli altri.

Ma quando il futuro deve rispondere a soggetti (minori), che in quanto tali non godono di rappresentanza diretta, perché non portatori di consenso elettorale, le priorità di interesse della politica e degli organismi ad essa connessi puntano altrove, lasciando fuori o comunque ai margini di chi vive diritti negati, proprio quelle fasce di future donne e uomini meno garantiti nei percorsi del tempo.

In una fase storica dove la società punta tutto sulla velocità tecnologica e sulla capacità di essere sempre più aggiornati e pluripreparati, chi non rientra in questi circuiti di nuclei familiari floridi che ne consentono costi e indotti, resta indietro fino a venirne espulso.

Oggi, più che mai, non va data per scontata l’idea che tutti possano permettersi più di un computer in famiglia, linee internet a lungo consumo, master di specializzazione o corsi di apprendimento di programmi informatici e l’infinito quant’altro in continua evoluzione.

E tutto questo non solo per un problema di povertà di base, ma spesso anche per mancati, carenti o mal gestiti finanziamenti pubblici, assegnati, per il sostegno dei minori, a strutture a recupero socio-educativo.

In questo vuoto di connessione come provare ad accorciare le distanze?

Sicuramente la strada dell’empowerment di conquista e consapevolezza di scelte, unitamente al potenziamento di strumenti di arricchimento e aggregazione culturale, ne avvierebbe un percorso di utile cammino.

L’impoverimento minorile, piaga mai abbastanza riconosciuta e soprattutto oggetto vagante tra legiferazione in materia e risposte latenti di adempimenti istituzionali, uscirebbe dal cono d’ombra e avrebbe quella visibilità che il suo marchio di pesante realtà denuncia e richiede.

La considerazione istituzionale più incisiva si è avuta con due atti fondamentali che hanno rappresentato attenzione e dedizione ai minori. La legge 216 del 1991 e la legge 285 del 1997. Un riconoscimento sostanziale ed una presa in carico pubblica verso l’infanzia, l’adolescenza e i minori a rischio devianza. La promozione di attività che tentavano di ricostruire l’ambiente familiare nel frattempo perso, dove si programmavano interventi mirati progettati per almeno un anno.

Oggi quelle attenzioni si sono affievolite, innanzitutto perché gli anni ’90 sono lontani e i finanziamenti dall’alto non adeguati ai tempi, ma anche dal basso, le grandi città, gli aggregati metropolitani, i piccoli Comuni, non hanno investito più di tanto in luoghi e iniziative a misura di bambino, trattando sempre meno il fenomeno dell’esclusione sociale, come invece, oggi più che mai, andrebbe letto e rappresentato.

Bisognerebbe ripensare a quei primi passi verso quel traguardo di giustizia sociale in egual misura di diritti e sogni, per minori e giovani di ogni dove.  L’unica legittimazione del “potere”.

In nessun mare si può navigare senza cultura e se al timone ci saranno quei ragazzi di oggi (e uomini e donne di domani) che ne avranno usufruito, allora la molla del cambiamento ne traccerà almeno il sentiero per immaginare un mondo migliore.

Le future generazioni rappresentano il futuro di una società, i semi della vita. Creiamo campi da arare e speranze da coltivare.

Anna Iaccarino

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