L’Università gli conferisce il dottorato in Politica e Comunicazione. Il rettore D’Antonio: «Una voce individuale è diventata un’esperienza collettiva». Il rocker racconta il suo legame con Salerno, riflette sul peso delle parole e punge la destra.
Vasco Rossi diventa dottore honoris causa e rassicura subito i suoi «affezionati detrattori»: continuerà a fare concerti. All’Università degli Studi di Salerno, il 7 ottobre, il rocker riceve il dottorato di ricerca in Politica e Comunicazione e porta nella cerimonia il suo modo di stare davanti al pubblico: ironia, emozione, ricordi e parole senza troppi giri.
Il riconoscimento guarda oltre il successo musicale. Al centro c’è la capacità di un artista di attraversare le generazioni, dare voce a sentimenti rimasti ai margini e trasformare una storia personale in un’esperienza condivisa. È il filo che unisce gli interventi accademici e la lectio di Vasco, fino alla sua riflessione più netta: essere liberi significa anche rispondere di ciò che si dice e del modo in cui si sta insieme agli altri.
Il rettore: «Essere ricordati è un fatto culturale»
Ad aprire la cerimonia è il rettore Virgilio D’Antonio. L’università, spiega, riconosce una forma di conoscenza maturata fuori dalle aule, capace di interpretare il proprio tempo e lasciare una traccia nella coscienza collettiva.
«Una voce individuale è diventata un’esperienza collettiva», osserva riferendosi alle canzoni di Vasco, entrate nelle biografie di chi le ascolta, tra amori, viaggi, solitudini e passaggi decisivi della vita.
Il rapporto con il pubblico ha resistito al cambiamento dei mezzi: radio, televisione, dischi, web e piattaforme digitali. Per il rettore, a fare la differenza è la relazione costruita nel tempo. Anche il concerto diventa così uno spazio di appartenenza, dove persone diverse possono riconoscersi senza perdere le proprie differenze.
D’Antonio richiama poi un tema che riguarda soprattutto i giovani: la possibilità di mostrarsi imperfetti in un’epoca che invita continuamente a costruire e perfezionare la propria immagine. E sintetizza la distanza tra visibilità e significato: «Raggiungere qualcuno è un fatto meramente quantitativo, essere ricordati è un fatto culturale».
Tra i messaggi lasciati dagli studenti su un cartellone, ne cita uno: «Ero senza parole e hai dato voce ai miei pensieri».
Pedicino e Fimiani: perché Vasco entra nell’università
Carla Pedicino, presidente del Consiglio didattico di Scienze Politiche, parte da un ricordo personale: il primo incontro con Vasco su una spiaggia di Castellaneta, lontano dal palco e dalla folla.
Da quell’immagine arriva alla scrittura dell’artista, alla sua capacità di togliere il superfluo e lasciare spazio a chi ascolta. Le protagoniste delle canzoni, da Sally a Silvia e Jenny, nel suo racconto aiutano a riconoscere parti di sé. «Sono rimasta Carla, ma qualche volta una tua canzone mi ha lasciata più vicina a Carla di quanto fossi prima di ascoltarla».
Pedicino sottolinea anche il significato della scelta compiuta da un ateneo del Sud: un Mezzogiorno spesso raccontato da altri esercita qui il diritto di riconoscere il valore di un’esperienza e farne materia di studio.
Filippo Fimiani, coordinatore del dottorato in Politica e Comunicazione, approfondisce le ragioni accademiche del conferimento. Nella poetica di Vasco individua la noia, gli sbagli, i desideri e le fragilità della vita quotidiana, portati nello spazio pubblico attraverso un linguaggio vicino a quello delle persone.
È un percorso che attraversa diversi media e generazioni. «L’io diventa insomma un noi», sintetizza. Cinquant’anni di musica e vita pubblica vengono letti come un laboratorio di comunicazione e di comunità.
Salerno, il militare e una sorpresa che gli cambiò la vita
Quando prende la parola, Vasco torna al suo legame con Salerno. La prima volta arrivò a 25 anni per il servizio militare. Ricorda l’aria tiepida, il golfo, la caserma vicino al mare e una finestra alla quale mancavano alcuni vetri.
Il giorno dopo gli rasarono i capelli e lo rimandarono a casa, liberandolo dal servizio. Un buon affare, scherza, anche se quei capelli lunghi rappresentavano la sua identità, «una specie di bandiera».
Qualche anno dopo tornò per un concerto. E proprio qui, racconta tra gli applausi, fu concepito il suo primogenito: una sorpresa che gli avrebbe cambiato la vita.
«Ogni parola costruisce un clima»
Essere Vasco Rossi, dice, significa «una gran responsabilità». Significa restare sé stesso e trasformare dubbi, rabbia, sogni e fragilità in canzoni. Poi quelle canzoni escono di casa, fanno strada e diventano anche degli altri.
La musica può raggiungere chi non leggerebbe un editoriale o non seguirebbe un dibattito politico. Può dare voce a un disagio prima che diventi una richiesta collettiva, aprire domande e far sentire qualcuno meno solo.
Da qui la riflessione sulle parole: possono creare nemici e vendere paure, oppure contrastare l’arroganza e difendere tolleranza e inclusione. «Ogni parola costruisce un clima», avverte. Essere ascoltati non significa avere sempre ragione.
Sulla libertà il tono si fa più duro. Vasco contesta l’idea che coincida con il diritto di fare qualsiasi cosa, ignorando gli altri. Chiama in causa esponenti della destra italiana, senza fare nomi, e scherza con il rettore sulla necessità di rimandare qualcuno a scuola, dalle elementari.
Le parole da togliere e i microfoni da ascoltare
Nella parte conclusiva della lectio torna al suo modo di scrivere: «Nelle mie canzoni non metto parole in più, le distillo». Togliere il superfluo dà più peso a ogni parola e lascia spazio all’immaginazione di chi ascolta.
Il discorso arriva ai social, alla televisione e agli algoritmi. «Siamo tutti col microfono acceso, ma prima di parlare bisognerebbe imparare ad ascoltare». La possibilità di prendere la parola, osserva, non garantisce da sola una maggiore chiarezza.
Una canzone non risolve i problemi del mondo, ma può aprire una crepa nell’indifferenza. E quando una frase viene cantata insieme da migliaia di persone può cambiare anche il modo di sentirsi parte di qualcosa: «Se poi la cantano in 60.000, la solitudine diventa appartenenza». La responsabilità è fare in modo che dopo restino una domanda, una consapevolezza o più attenzione verso gli altri.
Vasco racconta infine la sorpresa per il voto unanime sul conferimento: proprio lui, spesso considerato divisivo, senza neppure un contrario. Legge quell’unanimità come una prova della capacità dello studio e della conoscenza di aprire le menti e superare i pregiudizi.
Chiude con una battuta rivolta ai professori: «Tranquilli, non darò voti. Al massimo chiederò il bis». Seguono la firma sul libro degli ospiti d’onore e la consegna del sigillo d’argento dell’Ateneo.

