Vivere sei ore in un treno tutti i giorni toglie il respiro, oltre che il tempo

Angeli a pezzi: inchiesta dal basso sul Mercato del Lavoro – II Puntata

Angela è una supplente, è napoletana e non si chiama Angela. Vive nell’ hinterland napoletano e sogna di fare l’insegnante, ma prende il treno regionale per Roma alle 4 di notte e, arrivata a Termini, aspetta una chiamata da un preside per fare una supplenza. Se non arriva, verso la seconda ora, prende il Regionale e torna a casa.

Mi sono laureata bene, forse un po’ tardi, anche perché avevo già un figlio. A Roma faccio punteggio e, mentre faccio colazione al bar, quasi sempre mi arriva la telefonata di un preside. Poi finisce che trovi la supplenza che dura tutto l’anno. Ma questa vita mi fa trascurare il resto. Socialmente non esisto più. Esco di notte e torno di notte. Con i figli mi aiuta mia mamma che è vicino a casa e mio marito che è molto presente. Ma sono io che sono assente come donna, come cittadina, come moglie, come mamma, come amica, come figlia…non esisto più. Mio padre è un uomo semplice, a stento sa leggere e scrivere, ma voleva la figlia principessa. Così, ancora oggi, mi tratta come se fossi la sua principessa: mi riempie il frigorifero, mi paga quasi tutto, mi ha comprato la casa dove viviamo. E sai la cosa più assurda: si imbarazza davanti a mio marito. Anche lui, ai suoi occhi, è un principe perché fa l’avvocato. Ma, tra clienti che sono pochi o che non pagano e le tasse, finisce che mio padre gli compra anche le sigarette. Mio marito lo adora, ma il loro rapporto è come falso: basato su una forza che, ognuno, cerca però nell’altro. Con i nipoti è sempre lui a pagare, ma fa sempre apparire che è mio marito a farlo: è come una recita, dove ognuno fa una parte per piacere all’altro.

Vivere sei ore in un treno tutti i giorni toglie il respiro, oltre che il tempo. Molte mie amiche che hanno scelto la carriera alla famiglia, alla fine, non hanno carriera e non hanno famiglia. Io vivo in mezzo: tra l’essere madre e figlia, tra l’amore di mio marito e quello di mio padre e, cosa difficile da spiegare, tra l’essere quella che sono e quella che dovevo essere. Sospesa. In transito. In ritardo“.

Angela si scusa, ma vuole dormire. Il treno è pieno di pendolari ma, misteriosamente, tra noi si è creata come un’intimità strana: niente di erotico, piuttosto di familiarità. Così, senza fronzoli, si dorme insieme. Tira fuori una specie di lenzuolino e un cuscinetto. Poi si cala il capello sugli occhi e dorme, o finge di farlo. Io la guardo, guardo il treno pieno di gente che, per motivi simili, fa lo stesso viaggio della speranza. Quanti amici mi vengono in mente che hanno fatto la stessa cosa per anni. Fagocitati dai treni, da sedi provvisorie, da assenza di integrazione con i territori, da smarrimento di legami, identità, forse anche saperi. Invecchiati senza specchi, in una precarietà livida, assoluta. Forza Angela, fatti un bel sonno, mi viene da dirle, mentre senza accorgersene poggia la sua testa sulla mia spalla.

Luca Musella

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