Giustizia di classe a Modena, seicento lavoratori e attivisti sociali finiti sotto processo

La denuncia del sindacato SiCobas

Giustizia di classe a Modena. Ben seicento tra lavoratori, attivisti impegnati nel sociale e anche giornalisti sono finiti sotto processo negli ultimi dieci anni.

“Un’anomalia giudiziaria modenese“ è stata coniata dai sindacalisti del Si Cobas, a loro volta spesso oggetto di denunce. “Basta aver scioperato pacificamente davanti alla propria azienda, aver distribuito volantini o fatto picchetti e manifestazioni”, evidenziano. Ovvero, “aver esercitato i propri diritti costituzionali”, per poi finire coinvolti in “lunghi anni di udienze e subito talvolta aspre condanne“.

A fornire i numeri nel corso di una conferenza stampa convocata alla Camera dei deputati, accanto alla parlamentare M5s Stefania Ascari, alcuni esponenti del sindacato Intercategoriale Cobas, organizzazione sindacale di base fondata nel 2010 e attiva soprattutto nel settore della logistica.

Lo zelo del tribunale modenese nel perseguire operai e attivisti stride con l’immobilismo di fronte alle decine di denunce sugli abusi, anche gravissimi, commessi dalle forze dell’ordine”, hanno sottolineato i militanti sindacali citando i casi relativi “alle recenti richieste di archiviazione per i 120 agenti accusati di torture e lesioni al carcere Sant’Anna durante la rivolta del 2020, così come la frettolosa archiviazione per 8 dei 9 detenuti morti in quei giorni”.

Si tratta di un contesto repressivo sproporzionato, pari forse soltanto a quanto avvenuto in Piemonte contro gli attivisti No Tav. Un attacco al diritto di sciopero“, accusa l’avvocata Marina Prosperi, che precisa come “picchettaggi e azioni non tradizionali di sciopero vengono percepiti come criminali”.

Sempre più spesso vengono licenziati o minacciati di non rinnovo quei lavoratori che lottano per migliorare le proprie condizioni. Non è accettabile. Nel rispetto del lavoro della magistratura e dei processi in corso, però, non possono essere puniti i lavoratori che scioperano”, aggiunge Ascari. “Abbiamo presentato una proposta di legge contro il caporalato industriale, forma sistemica di sfruttamento legalizzato, che consente a un’azienda di appaltare a un’altra, che a sua volta subappalta a cooperative che ogni due o tre anni puntualmente cambiano, falliscono, non pagano contributi, né tasse, né i lavoratori. Serve parlare di questa anomalia”.

CiCre

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest