Il Comune della provincia di Pavia vuole spingere le famiglie a pagare gli arretrati, ma il conto della morosità rischia di essere presentato direttamente ai bambini, davanti ai loro compagni
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’idea che, per recuperare un debito dai genitori, si possa chiamare in causa un bambino. Eppure è esattamente ciò che accade a Mortara, nel Pavese, dove l’amministrazione comunale ha deciso di intervenire sulla mensa scolastica con una misura che rischia di trasformare il pranzo in classe in uno strumento di pressione sulle famiglie.
Per chi accumula più di 150 euro di arretrati, infatti, il figlio non riceve il menù previsto per gli altri alunni, ma un cosiddetto “pasto in bianco”: pasta o riso senza condimenti particolari, accompagnati da carne bianca o pesce. La motivazione dichiarata è semplice: rendere evidente al bambino la differenza, così che una volta tornato a casa possa chiedere ai genitori perché a lui sia stato servito un pranzo diverso. L’obiettivo, evidentemente, è che mamma e papà, messi sotto pressione dalla domanda del figlio, provvedano a saldare il conto.
È difficile immaginare un modo più discutibile per affrontare un problema amministrativo. Che le rette vadano pagate è un principio comprensibile. E che il Comune debba recuperare eventuali somme non versate è altrettanto legittimo. Ma il credito appartiene all’amministrazione e riguarda gli adulti. Il bambino, invece, non è il debitore di nessuno.
Ed è proprio qui che questa decisione supera una linea che non dovrebbe essere oltrepassata. Perché a scuola le differenze si vedono. Un piatto diverso, ripetuto nel tempo, può diventare una domanda, poi un commento, magari una presa in giro. Non occorre che qualcuno pronunci davanti alla classe la parola “moroso”. È sufficiente che un bambino venga sistematicamente escluso dal menù dei compagni perché gli altri inizino a chiedersi il motivo.
E quel bambino potrebbe non avere alcuna responsabilità per ciò che accade a casa. Potrebbe non sapere nulla dei conti familiari, delle difficoltà economiche, delle scelte dei genitori o di eventuali contestazioni. Eppure sarebbe lui a portare addosso, davanti ai compagni, il segno di quella situazione.
Se il Comune deve recuperare un credito, utilizzi gli strumenti destinati agli adulti: solleciti, comunicazioni, telefonate, accordi, rateizzazioni e procedure amministrative. Si chieda ai genitori di rispondere delle proprie responsabilità, senza trasformare il figlio nel messaggero inconsapevole di una richiesta di pagamento.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui un bambino viene accolto e trattato come tutti gli altri, non il palcoscenico sul quale rendere visibili le vicende economiche della sua famiglia.
Un debito può essere riscosso. Una difficoltà può essere affrontata. Una famiglia può essere chiamata a rispondere delle proprie scelte. Ma nessun bambino dovrebbe essere costretto a pagare, anche soltanto simbolicamente, per gli errori o le difficoltà degli adulti.
Perché quando a tavola si decide chi deve mangiare diversamente dagli altri per ricordare a qualcun altro di pagare, il problema non è più soltanto la mensa. È il messaggio che si sta dando ai bambini.
Ciro Crescentini

