Sottopagati, minacciati e alloggiati in condizioni disumane: l’inchiesta che scuote il maxi appalto da 1,3 miliardi
Nel porto di Vado Ligure, tra i manufatti destinati alla nuova diga foranea di Genova, si è sviluppato un sistema di sfruttamento che avrebbe trasformato il lavoro in una catena di ricatti e sottrazioni. L’inchiesta dei carabinieri e della Procura di Savona ha portato a otto arresti, al sequestro di 277 mila euro e al controllo giudiziario di due società coinvolte nella filiera degli appalti.
Secondo gli investigatori, operai provenienti da India, Pakistan e altri Paesi venivano reclutati attraverso mediatori che promettevano documenti regolari e lavoro stabile, spesso dopo aver pagato fino a 12-15 mila euro per visti e biglietti aerei mai realmente disponibili. Arrivati in Italia, si sarebbero trovati inseriti in un meccanismo di caporalato fatto di trattenute forzate, orari non dichiarati e condizioni di vita degradanti.
Al centro dell’indagine figurano la Rbb Solutions srl, subappaltatrice impegnata nella costruzione dei cassoni, e la Jh Costruzioni srl, attorno alla quale operava una rete di reclutamento internazionale. Le ricostruzioni indicano che una parte consistente dei salari veniva sistematicamente restituita ai caporali, insieme a ulteriori trattenute per affitti e materiali di lavoro.
I lavoratori sono stati seguiti e supportati dalla Fillea Cgil, che ha raccolto le prime denunce e li ha assistiti nel percorso sindacale e legale. «Le carte erano in regola solo sulla carta, ma nessuno controllava davvero cosa accadeva nei cantieri» ha dichiarato Fabio Marante, segretario generale della Fillea Cgil di Genova e Liguria. «Dietro grandi appalti pubblici si sono consolidate pratiche di sfruttamento sistematico».
Le testimonianze parlano di alloggi sovraffollati, decine di persone in appartamenti con servizi minimi e un clima costante di intimidazione verso chi provava a opporsi o trattenere la propria busta paga. Alcuni operai, dopo malattie o contestazioni, sarebbero stati allontanati dal lavoro.
«Chi si ribellava veniva isolato o licenziato» hanno riferito gli operatori sindacali, descrivendo un sistema fondato sulla vulnerabilità economica e sul rischio di perdere anche il permesso di soggiorno. La vicenda riapre il dibattito sui controlli nei grandi appalti pubblici. «Non basta la regolarità formale» ha ribadito Marante, «servono verifiche reali lungo tutta la filiera del lavoro». Intanto le indagini proseguono per chiarire eventuali ulteriori responsabilità e possibili omissioni nei controlli, mentre i lavoratori, oggi sostenuti dalla Fillea Cgil, restano sospesi tra precarietà e incertezza sul futuro.
Ciro Crescentini
