Napoletanagas come il Banco di Napoli: il nord si annette un altro pezzo di storia cittadina

Entro ottobre avrà termine il processo di incorporazione con Italgas: un taglio netto con 160 anni di autonomia, e le decisioni importanti saranno prese a centinaia di km di distanza

Come accadde 15 anni fa per il Banco di Napoli, assorbito dal San Paolo di Torino, la città vede annettersi al nord un altro pezzo di storia: dal prossimo ottobre la Napoletanagas sarà inglobata nell’Italgas, al termine di un lungo processo di incorporazione. Un taglio netto con 160 anni di autonomia, e le decisioni operative saranno prese a centinaia di km di distanza

La “Compagnia Napoletana di Illuminazione e Scaldamento col Gas”, ragione sociale mai abbandonata, è presente a Napoli ed in provincia dal 1862. Con diversa denominazione è stata la prima azienda del gas d’Italia e Napoli fu la prima città italiana ad avere una rete di illuminazione cittadina.
E’ ed è stata parte integrante della cultura cittadina. Si ricorda per tutte, la citazione che ne fa De Filippo in “Napoli milionaria”, dove Amedeo, figlio del protagonista Gennaro, e l’amico, Federico, lavorano per l’appunto nella “Compagnia”, e dove alla fine del III atto, “Gennaro”, rivolgendosi agli astanti, recita testualmente: “E si Rituccia dimane sta meglio, t’accumpagno io stesso ‘a Cumpagnia d’ ‘o Gas, e tuorne a piglia’ servizio”.

“La Compagnia del Gas” è potuta entrare nell’immaginario collettivo perché ne ha segnato lo sviluppo, con l’illuminazione prima, fornendo energia per le attività produttive poi e assicurando sempre il servizio anche durante i conflitti che negli anni si sono succeduti, non senza il sacrificio dei suoi dipendenti. Durante la seconda guerra mondiale l’Opificio di produzione subì pesanti bombardamenti, eppure la Compagnia non smise di erogare servizi, ricorrendo anche al “rattoppo” di uno dei due gasometri.

Nonostante tutto – commenta “Il Mattino” del 23 maggio 1943 – il gas alla cittadinanza non è mancato.
Nel 1991 la “Compagnia”, sfruttando le competenze nella gestione dei servizi a rete, entra nella distribuzione dell’acqua, arrivando a gestire oltre la metà del “Consorzio Terra di Lavoro”, espandendosi poi anche in molti altri comuni dell’hinterland. lo statuto della Società viene modificato fino a comprendere “raccolta, smaltimento e trasporto dei rifiuti solidi urbani e speciali e gestione delle reti idriche”. Si candida così alla acquisizione dell’Arin. Contemporaneamente in partenariato con la Provincia di Napoli, decolla il progetto “Gestione Calore” per riscaldare gli istituti scolastici e non solo.
Intanto l’ENI, approfittando della legge Tremonti sulla totale defiscalizzazione dei profitti reinvestiti, acquista una torre nel Centro Direzionale e nel 1997 obbliga le sue controllate, compresa la “Compagnia”, a trasferirvisi in cambio di un salato affitto. In pratica mentre ENI, approfittando del combinato disposto: de fiscalizzazione ed affitti dalle controllate, si ritroverà proprietaria della torre o parte di essa, la “Compagnia”, lasciata la sede storica della direzione aziendale sita in Via Chiaia 138, paga da un lato l’affitto ad ENI dall’altro la manutenzione e le imposte dovute per l’immobile abbandonato e ciò per lungo tempo.
Sempre nel 1991 il Comune di Napoli, con la definizione degli “indirizzi per l’acquisizione della Napoletanagas con le relative procedure di attuazione”, tenta di portare nella propria orbita l’azienda. L’operazione, contrastata attraverso ricorsi legali, si trasforma in un’ipotesi di collaborazione tra Comune e Italgas per la costituzione di una società multiservizi formata da Napoletanagas e Arin.
Ancora nel 1999, il Comune di Napoli, sollecitato da una decisa lotta dei lavoratori, tenta nuovamente di acquisire la proprietà della Società avvalendosi “della facoltà di riscatto anticipato della concessione del servizio di distribuzione gas sul territorio cittadino alla data del 26 febbraio 2000, ai sensi del testo unico del 15 ottobre 1925 n° 2578 sulle municipalizzate dei pubblici servizi e dell’articolo 19 della convenzione tra il Comune e la Napoletanagas stipulata il 26 febbraio 1970”. Anche questa volta però, la non unanime volontà dell’amministrazione comunale di centrosinistra; la poca convinzione dei sindacati confederali (a dispetto della volontà dei lavoratori) e le azioni messe in campo dalla Compagnia, fanno si che il tentativo non vada a buon fine. Se ne ricava solo un protocollo, allegato al rinnovo della convenzione, in cui Comune ed Italgas definiscono la struttura azionaria di una futura società multiservizi Arin-Napoletanagas: al Comune sarebbe andato il 55,4 per cento delle azioni e la competenza sull’indirizzo e controllo strategico della nuova società; a Italgas sarebbero spettate il 44,6 per cento del capitale sociale e la completa responsabilità operativa e gestionale. Fin dall’inizio però fu chiaro che il progetto non sarebbe decollato, cosa che ha portato i lavoratori ad un progressivo allontanamento dai sindacati confederali, rei di non avere creduto fino in fondo all’operazione.
Nel 2005, il decreto Letta impone lo scorporo delle attività di gestione dei clienti e, una parte di lavoratori di Napoletanagas, entra in ENI G&P, società creata allo scopo, insieme agli oltre 800.000 utenti, che intanto si erano trasformati, nella vulgata contemporanea, in clienti. Sono seguiti diversi processi di riorganizzazione. Tutti hanno portato al progressivo svuotamento della Napoletanagas, alla esternalizzazione di molte attività con alla precarizzazione delle stesse.
Nel giugno del 2009 Snam, rileva da Eni l’intero pacchetto azionario di Italgas. Prende vita un nuovo gruppo nel settore del gas in Italia che si occupa dell’intera filiera delle attività regolate del settore, dal trasporto (SNAM Rete Gas), allo stoccaggio (Stogit), dalla distribuzione urbana (Italgas, Napoletanagas etc), alla rigassificazione (GNL Italia). L’incipit resta lo stesso, inglobare la Napoletanagas, svuotandola dei contenuti grazie alla verticalizzazione dalla catena di comando che relega Napoli quale terminale di decisioni, indirizzi e direttive assunte a Milano o a Torino.
Nel 2016 cambia ancora lo scenario. SNAM, volendo incrementare la sua presenza in Europa, decide di vendere Italgas che diventa holding e con essa Napoletanagas.
La nuova capogruppo, con il nuovo piano industriale presentato in questi giorni, 2017, ha deciso di portare a termine l’opera da sempre osteggiata dai lavoratori, incorporando le attività legate al gas della Napoletanagas, 160 anni di storia sono destinate a terminare. Il piano, che prevede entro il Ottobre di quest’anno la fusione per incorporazione della Compagnia di Illuminazione Scaldamento con il Gas, è iniziato ad Aprile. Oltre al rischio che i lavoratori possano essere costretti a mobilità geografiche, sicuramente andranno perse professionalità peculiari, capacità manageriali e occupazione, ma più di tutto si perderà una delle presenze industriali più attive nel promuovere buona occupazione, innovazione, cura del territorio con collaborazioni anche a livello universitario, passione e amore per la città che ha contribuito a fare crescere.
Come in una delle commedie di De Filippo dove il meccanismo degli eventi è sempre bene orchestrato, anche la ENI G&P è, proprio in questi giorni, attraversata da una profonda ristrutturazione che prevede la vendita del settore da parte di ENI a privati. Sembra inevitabile che l’intera storia della “Compagnia” debba finire.

“Facendo una valutazione anche in termini occupazionali di questi anni – afferma il sindacato Usb – risulta chiaro che il saldo, per Napoli è fortemente negativo. A Napoli esisteva una scuola di Formazione Professionale sia tecnica che gestionale, che fino a qualche anno fa era tra le migliori d’Italia, vanto della Napoletanagas e della città, che oggi è solo l’ombra di quello che era e che, inevitabilmente, è destinata all’oblio. Resistono ancora, nonostante le ultime assunzioni risalgano ai primi anni 90, professionalità specifiche ed atipiche destinate ad essere perse se l’ottica rimane quella delle esternalizzazioni e del profitto a scapito del lavoro. La domanda oggi è: Saremo in grado di rilanciare un moderno meridionalismo? Saremo in grado di trovare una soluzione a quanto sembra ineluttabile, difendendo una azienda produttiva di Napoli e del Mezzogiorno?”. Il sindacato di base non sottoscrive il piano di riorganizzazione della Italgas che prevede la scomparsa della “Compagnia”. “Altrettanto non crediamo – aggiunge l’Usb -che si possa scaricare tutto il peso di questa battaglia sulle spalle del Comune, mentre siamo certi che sia sbagliato non avere una posizione definita in merito. Per godere magari, dei frutti della cogestione dei processi, compresi quelli occupazionali che se mai ce ne fossero si possono prevedere certamente di nessun impatto ne per la città di Napoli ne per i lavoratori. L’obiettivo per noi è difendere l’intera filiera del lavoro, nel senso più ampio possibile, soprattutto quello ad alto valore aggiunto. Solo difendendo intere filiere di lavoro, potremo assicurare alti livelli occupazionali per lungo tempo e ridare, alle professionalità espresse dalla nostra città, il giusto riconoscimento, perché valorizzate dall’essere parte integrante di un gruppo di livello nazionale nel quale esprimere le proprie peculiarità”.

E l’Usb chiosa: “Quello che oggi sembra l’unica strada logica nelle scelte aziendali, potrebbe nascondere, come già accaduto in passato e come i processi naturali ci insegnano, la perdita di professionalità e conoscenze non più recuperabili, con grande danno non solo per Napoli, per i livelli di occupazione della città, per il sapere perso, ma anche e soprattutto per le aziende coinvolte. E questo, un territorio già martoriato come quello napoletano, non può permetterselo”.

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