Lawfare: la guerra silenziosa d’America Latina

  

Molti analisti politici la definiscono la “infermità endemica” del continente sudamericano, ma come funziona realmente il “lawfare”, la persecuzione giuridica contro i leaders progressisti della regione?

Si sa, per la maggioranza degli italiani, ancora oggi, l’America Latina resta un continente lontano, e spesso ciò che vi accade ci giunge come un qualcosa di estraneo o, comunque, non relazionato con la realtà in cui viviamo. Gli italiani sono generalmente italiocentrici, per non dire provinciali: conoscono poco di quanto accade in Europea, e ancora meno di ciò che succede negli altri continenti. Uno straniero che guardi o ascolti un notiziario delle maggiori emittenti nostrane ha la sensazione che per noi il mondo si riduca a quanto succede entro i confini italici. Qualsiasi evento che riguardi un paese straniero viene spesso snobbato, anche quando si tratta di fatti che possono incidere concretamente sulla nostra vita quotidiana. Pochi di essi, ad esempio, sanno che lo scorso 28 giugno è stato siglato un accordo commerciale tra UE e Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), che, se confermato, andrà a incidere fortemente non solo sull’economia ma anche su altri aspetti essenziali (primo fra tutti: il clima) dei paesi coinvolti. Si tratta quindi di una decisione politica che inciderà anche sulle abitudini di noi italiani; eppure, anche in questo caso, come in numerosi precedenti, la notizia è quasi passata sotto silenzio, nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica. E se questa è la apatia con cui solitamente accogliamo i fatti internazionali che, più o meno, ci riguardano, è facile immaginare quanto possa essere limitata la nostra conoscenza di fatti internazionali che sembrano del tutto estranei alla nostra realtà quotidiana.

Tra questi vi è molto probabilmente anche il tema che vorrei affrontare in quest’articolo. Penso sia noto alla maggioranza degli italiani, anche a quelli che poco masticano di questioni politiche internazionali, che l’ex-presidente del Brasile, Lula da Silva, è in prigione per un’accusa di corruzione. Molti, probabilmente, sono anche coloro che sanno che l’episodio che coinvolgerebbe  l’ex mandatario rientra in una mega inchiesta conosciuta come “Lava Jato”; e forse qualcuno ricorderà, magari sforzandosi un po’, che tale scandalo fu il motivo della caduta del governo della sua succeditrice Dilma Rousseff, poi sostituita con un vero e proprio golpe da Michel Temer. Mi fermo qui: infatti, pur volendo essere estremamente ottimista in merito a fatti appena citati, non credo che l’italiano medio sappia molto di più sulla vicenda. E questo non solo per la già citata endemica indifferenza italica, ma anche perché, diciamocelo chiaramente, i servizi di informazione del nostro Bel Paese sono una vergogna: indegni di una nazione che si definisce civile. Quotidiani, radiogiornali e telegiornali italiani tutto fanno tranne che informare sui fatti: si sono ridotti a vuoti contenitore e/o a cassa di risonanza del chiacchiericcio, dell’inciucio, anche per quanto riguarda la cronaca politica. Vi dico subito che il mio non è uno sfogo infondato, ma la constatazione di una verità che potrebbe essere comprovata da una miriade di esempi relativi a fatti stranieri e italiani. Tuttavia, mi limiterò qui ai casi appena citati. Ammetto che riguardo a tali fatti mi si potrebbe far notare che, per quanto concerne la loro copertura mediatica non ci sarebbe nulla da eccepire, dal momento che anche il sottoscritto ha ammesso la loro conoscenza da parte dell’opinione pubblica italiana. Eppure, l’ho detto poco fa: quando si parla di informazione, non è mai solo una questione di numeri, di audience; c’entra anche la qualità e soprattutto, nei limiti del possibile, la veridicità. E sul caso “Lava Jato” non sono per niente convinto che i media nostrani ci abbiano detto tutto ciò che dovevamo sapere; ovvero: possiamo dire con certezza che essi ci hanno in-formato di tutti gli aspetti: giuridici, politici, sociali ed economici, che a questa causa sono legati? Ma soprattutto, possiamo veramente affermare che, a partire da questa vicenda, ci abbiano fornito le informazioni necessarie per una panoramica sulla politica latinoamericana degli ultimi 5 anni? A mio parere, la risposta a queste domande non può che essere negativa, e ora vi spiego il perché.

Partiamo dal principio, ovvero da ciò che è noto all’opinione pubblica. Dal 7 aprile del 2018 Lula da Silva è rinchiuso nella prigione di Curitiba, nel sud del Brasile, in seguito ad una condanna per corruzione: il presunto usufrutto di un appartamento (tra l’altro, mai usato da Lula) in cambio di appalti pubblici super milionari. In seguito all’incarceramento è stato estromesso dalle presidenziali tenutesi sempre nel 2018, quando tutti i sondaggi lo davano favorito per la vittoria finale; elezioni che si sono concluse, come sappiamo, con la vittoria del leader dell’ultradestra Jair Bolsonaro. Molti però non sanno, o forse non ricordano, anche perché la notizia è stata quasi ignorata dai notiziari italiani, che un paio di mesi fa il sito di informazione indipendente, The Intercept Brazil, ha pubblicato uno scambio di messaggi tra l’allora giudice che si occupava del caso “Lava Jato” ed attuale ministro della giustizia, Sergio Moro, e il pubblico ministero Deltan Dallagon, dal quale si evince che la loro attività giudiziaria era volta a demolire la figura del ex presidente e farlo incarcerare per escluderlo dalla competizione elettorale e favorire cosi Jair Bolsonaro. Ma quello di Lula non è l’unico caso di persecuzione politica per via giudiziaria nei confronti di un leader progressista di America Latina: l’incarceramento in Ecuador del ex vicepresidente Jorge Glas e le minacce di un processo penale contro l’ex mandatario Rafael Correa, i processi intrapresi in Argentina contro Cristina Fernández de Kirchner ed ex-funzionari del suo governo, sono gli esempi più eclatanti (ma non gli unici) della presenza del lawfare nella regione.

In Ecuador, l’ex vicepresidente Jorge Glas è attualmente detenuto nel carcere di Quito con l’accusa di aver ricevuto bustarelle dalla impresa brasiliana Odebrecht, la grande protagonista di questa “crociata contro la corruzione” in corso nel continente latinoamericano. La causa contro Glas fu avviata dopo che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva inviato alcune informazioni circa il versamento di 33,6 milioni di dollari, da parte della suddetta impresa, su conti di funzionari ed impresari ecuadoregni tra il 2007 e il 2016. La sua condanna, però, sembra poggiare su una evidente contraddizione, perché quando il governo di Correa espulse dal paese l’impresa brasiliana Odebrecht per inadempienza delle norme del contratto per la costruzione della diga di San Francisco, Jorge Glas oltre ad essere vicepresidente era anche uno dei principali collaboratori e consiglieri del presidente; per cui, sembra alquanto surreale che potesse intascare delle tangenti e allo stesso tempo espellere coloro che lo avevano corrotto per ottenere l’appalto. Per quanto concerne l’ex presidente Rafael Correa: la causa giudiziaria che ha portato nel luglio del 2018 a chiederne la prigione preventiva fu iniziata in seguito alla denuncia per sequestro di persona fatta dall’avvocato Fernando Balda, il quale, a sua volta, nel 2010 era stato condannato per ingiurie e calunnie contro un funzionario vicino a Correa. Sempre Balda fu condannato tempo dopo ad altri 12 mesi di prigione per aver attentato alla sicurezza nazionale. Per evitare il carcere l’avvocato ecuadoregno fuggì allora in Colombia, e qui nel 2012 subì un tentativo di sequestro, di cui accusò, senza presentare alcuna prova, membri dei servizi segreti ecuadoregni su mandato dell’ex presidente. Le accuse del coinvolgimento di Correa nel sequestro di Balda, a tutt’oggi, poggiano sulla sola testimonianza di un ex agente di polizia in servizio alla Direzione Generale dell’intelligence ecuadoregna, e attualmente detenuto a Quito, ma anche in questo caso, come già per processo a Lula, grazie alla farsa messa in scena dai media locali, vengono percepite dall’opinione pubblica come numerose ed evidenti.

In Argentina, il paese in cui vivo, l’ex mandataria Cristina Kirchner è coinvolta in due cause che definire stravaganti è dir poco. Una legata al memorandum d’intesa con l’Iran del 2013, l’altra, nota come “la causa de los cuadernos”, concernente un presunto giro di mazzette che la famiglia Kirchner avrebbe incassato da grandi impresari argentini in cambio di concessioni di appalti pubblici. Nel primo caso, l’accusa nei confronti dell’attuale senatrice è di aver favorito il tremendo attentato terroristico al AIMA (Associazione Mutualità Israelita Argentina) del 18 luglio del 1994 e di alto tradimento alla Patria. Come accennato, nel 2013 il governo della Repubblica Argentina, presieduto da Cristina Fernández  de Kirchner e il governo della Repubblica Islamica d’Iran firmarono un’intesa che prevedeva, oltre a collaborazioni commerciali, anche la creazione di una Commissione d’inchiesta composta da giudici internazionali che potesse investigare sui quei terribili eventi, dove morirono 85 persone e ci furono 300 feriti. Fino dai primi giorni successivi all’attentato, infatti, sotto la pressione degli Stati Uniti e di Israele, i media argentini avevano insistito sul probabile coinvolgimento del paese arabo, sebbene a tutt’oggi non esistano prove concrete sulla sua implicazione. L’accordo tra i due paesi rappresentava dunque la possibilità di fare finalmente luce sull’attentato terroristico. Il 21 di febbraio del 2013, il memorandum d’intesa fu approvato dal Senato argentino con 39 voti e 31 a sfavore, e il 27 febbraio dalla Camera dei Deputati con 131 favorevoli e 113 contrari. In questo modo l’intesa tra i due governi si convertiva in legge nazionale. L’accordo, tuttavia, non è mai entrato in vigore per l’inadempienza del governo iraniano, che mai lo fece approvare dal suo parlamento. La Commissione d’inchiesta non si è mai formata e le vittime dell’attentato, dopo 25 anni, aspettano ancora che si faccia giustizia. Ma questa è un’altra storia. Ciò che qui è importante evidenziare è che a seguito del memorandum si scatenò una guerra giuridica e mediatica contro Cristina Kirchner. Il 14 gennaio il pubblico ministero Alberto Nisman denunciò al giudice Lijo, che indagava sui fatti del AIMA, l’allora presidente della Repubblica Argentina e altri tre suoi collaboratori, tra cui il Ministro degli Esteri Héctor Timerman, con l’accusa di aver orchestrato il memorandum con l’Iran per ottenere l’impunità di cittadini iraniani coinvolti nell’attentato e coprire le responsabilità del paese arabo, in cambio di accordi commerciali e la vendita di petrolio iraniano a prezzi più convenienti. Ma questa commedia dell’assurdo è arrivata a spingersi ben oltre. Il 7 dicembre del 2017, quando la Kirchner già non era più presidente, un altro pubblico ministero, Gerardo Pollicita, denuncia la ex-mandataria e l’ex-ministro Timerman per il delitto di lesa umanità con l’accusa di essere coinvolti negli attentati al AIMA, ossia, di essere complici dei terroristi. Per questo motivo avrebbero orchestrato il memorandum: per eludere le indagini e sottrarsi alla giustizia argentina. Eppure, nonostante la loro paradossalità (lo ricordiamo ancora una volta: il memorandum d’intesa fu discusso e votato dal Congresso al completo e perfino convertito in legge), c’è in Argentina, un giudice, Claudio Bonadio, che ha prese sul serio queste accuse e ha deciso di avviare un processo contro l’ex-mandataria per favoreggiamento nell’attentato al AIMA e per tradimento alla Patria per mezzo del memorandum con l’Iran.

Ma la migliore sceneggiatura giudiziaria è quella montata dal pubblico ministero Carlos Stornelli. Nel 2018 questo magistrato, in collaborazione, guarda caso, con il giudice Claudio Bonadio, ha armato una mega causa contro Cristina Kirchner, dal forte impatto mediatico, nota come: los cuadernos del chofer Centeno. Nella sua relazione di denuncia Stornelli sostiene che l’autista di un funzionario kirchnerista di second’ordine aveva annotato, per almeno una decade, i percorsi che faceva il suo capo per ritirare tangenti da grandi imprese e consegnarle in differenti circuiti del potere politico. La causa, ovviamente, è apparsa debole fin dal principio. L’autista Centero ha precedenti penali: fu denunciato dalla propria moglie come estorsore e la sua credibilità sarebbe scarsa per qualsiasi tribunale imparziale. Inoltre, i famosi quaderni in realtà non esistono: secondo quanto raccontato dallo stesso Centero, li avrebbe bruciati. Di essi restano solo alcune fotocopie, non sottoponibili a perizia, che sono finite nelle mani di due giornalisti de La Nación (quotidiano di destra), che hanno poi portato avanti la denuncia. Era facile sospettare che si trattasse di quaderni apocrifi. Ed invece il giudice Bonadio procedette ugualmente a ordinare decine di arresti e comparazioni trai i funzionari e gli imprenditori citati nelle fotocopie. Con un grande show mediatico, gli accusati venivano convocati e immediatamente arrestati, oppure liberati dopo poche ore, se “collaboravano” o “ confessavano”. Si generò un festival di pentiti e accuse incrociate senza tuttavia ottenere alcuna prova materiale di fondi neri, tangenti e altri illeciti. Insomma, giuridicamente lo show non conduceva da nessuna parte. Tuttavia, l’apparato mediatico riuscì, con questo racconto, ad avvelenare una parte dell’opinione pubblica e il caso continuò a conservare una certa credibilità: per il pubblico inesperto il magistrato Carlos Stornelli era diventato un eroe della lotta alla corruzione, il Sergio Moro d’Argentina.

Tutto, però, si complicò per Stornelli quando una delle vittime di questo perverso meccanismo, l’imprenditore Pedro Echebest, tese una trappola perfetta a Marcelo D’Alessio, collaboratore del pubblico ministero, nonché agente della DEA, opinionista del Clarín (altro giornale di destra) e uomo vicino al presidente Macri. Costui, per conto di Stornelli, aveva perseguitato Echebest per settimane, minacciandolo di farlo incriminare nella “causa dei quaderni” se si fosse rifiutato di pagargli una grande tangente. L’imprenditore finse di accettare il ricatto, e per prendere tempo pagò una parte della somma. Per settimane raccolse prove dell’estorsione – messaggi e audio whatsapp e riprese video degli incontri -, quindi preparò una documentata denuncia e la consegnò al giornalista indipendente Horacio Verbitsky, che nel suo blog, El Cohete a la Luna, smascherò questo sistema  estorsivo con minuzia di particolari. A questo punto per D’Alessio e i suoi complici la situazione precipitò. La perquisizione del suo appartamento, per ordine della giustizia, portò infatti alla luce documenti probatori relativi ad una vera e propria organizzazione, formata da personale giudiziario e dei servizi segreti argentini, il cui fine era individuare le potenziali vittime. Furono trovati più di 20 dossier che raggruppavano dati familiari, stato patrimoniale, debolezze e segreti personali che consentivano di danneggiare le persone prese di mira. La ricostruzione del modus oparandi del gruppo, avanzata dagli inquirenti, fa desumere che in alcuni casi si chiedeva denaro per evitare alle vittime l’incriminazione nella causa. In altri, si pretendeva la loro collaborazione come “pentiti” o di testimoniare contro i nemici politici, prima fra tutti, Cristina Kirchner. Sulla base di questi documenti, ma anche di altre prove (soprattutto registrazioni audio) emerse nel corso delle indagini, il 25 di febbraio di quest’anno il giudice Alejo Ramos Padilla ha deciso di procedere contro D’Alessio con l’accusa di far parte di un’associazione illecita dedita allo spionaggio illegale e alla violenza psicologica nei confronti di svariate persone, le quali venivano ricattate affinché dichiarassero in un determinato modo, si convertissero in pentiti o offrissero denaro in cambio della libertà. Nelle 220 pagine della sua requisitoria il magistrato dimostra lo stretto vincolo tra il pubblico ministero Carlos Stornelli e D’Alessio: la gran parte delle operazioni estorsive di quest’ultimo erano infatti a conoscenza del primo. Ramos Padilla dimostra inoltre la promiscuità tra servizi segreti e parte della magistratura, e la complicità di noti giornalisti come Daniel Santoro, prima firma del Clarín, e Eduardo Feinman del canale televisivo A24. Per il magistrato non vi è alcun dubbio su quanto si sta cercando di realizzare, in questo momento, in Argentina: attualmente esiste  nel Paese – ha dichiarato Ramos Padilla – una insolita comunione tra servizi segreti e parte della magistratura che attenta al sistema democratico. I processi a Cristina Kirchner, come quelli a Lula e Correa, appaiono chiaramente come parti di una strategia che molti analisti politici hanno denominato lawfare.

Questo concetto fu clonato nel 2001 dal generale statunitense e consigliere del Pentagono Charles Dunlap per indicare un tipo di tattica che utilizza la legge come mezzo per ottenere un obiettivo militare: si tratta, cioè, di convertire i codici giuridici in proiettili. A partire dai primi anni duemila, gli Stati Uniti sono diventati i promotori di questo nuova tipologia di guerra non convenzionale, camuffata in lotta alla corruzione. Anche l’incontro organizzato nell’ottobre del 2009 a Rio de Janeiro da alcuni rappresentanti del  Dipartimento di Giustizia nordamericani, noto come proyecto Puentes, e al quale parteciparono le delegazioni dei giudici federali di diversi paesi della regione, va letto in questo senso: l’obiettivo degli statunitensi, come rivelato da Wikileaks, era infatti istruire i loro colleghi nell’impiego della legge come arma nella guerra al “terrorismo”. Ma, come sie è visto, in molti paesi latinoamericani questa nuova strategia è coincisa in realtà con la giuiridicizzazione dello spazio politico, ovvero: con l’uso indebito della giustizia al fine di distruggere l’immagine pubblica dei leader della sinistra e/o ottenere la loro interdizione dai pubblici uffici. La legittimità di questa nuova guerra ibrida alle forze progressiste dell’America Latina si fonda sulla percezione di parte dell’opinione pubblica, instillata attraverso i media, che la “corruzione” sia il problema fondamentale della regione e che sia endemica nei governi guidati dalla cosiddetta “sinistra populista”. La tesi principale su cui poggia il lawfare è che tali governi, nel concedere maggiore protagonismo allo Stato, in particolare alla regolamentazione dell’economia, e nel rivalorizzare il pubblico, abbiano privilegiato l’impiego di fondi statali a fini personali e sfruttato il loro potere politico per evitarne il rendiconto. La loro (presunta) corruzione avrebbe determinato effetti così gravi, come l’aumento dello povertà e l’indebolimento della democrazia, da giustificare un’inedita guerra giuridica contro i loro ex presidenti e funzionari, nella quale il Potere Giudiziario si è innalzato al di sopra di quello Legislativo ed Esecutivo. In altri termini, in Brasile, Ecuador e Argentina, il lawfare si sta concretizzando in una sorta di dittatura dei giudici, che tendono a considerare se stessi una super-istituzione immune dal giudizio della società civile e dal controllo di altri poteri.

  Ma qual è lo scopo ultimo a cui mira il Lawfare? Mi pare abbastanza chiaro: restaurare l’ordine neoliberista in tutta l’America Latina. Il neoliberalismo latinoamericano sa bene che attualmente non può operare come faceva negli anni ’70 e ’80, quando, con la complicità dei militari, perseguiva i suoi nemici con la tortura e la sparizione fisica. Per difendere i suoi interessi strategici ha individuato ha dovuto forgiare un nuovo dispositivo: la guerra giudiziaria ai leader sindacali e politici che si oppongono al pensiero unico disegnato nei centri finanzieri internazionali. Ovviamente, oltre all’appoggio degli Stati Uniti, la nuova strategia si avvale del sostegno dei principali mezzi di comunicazione (generalmente di gruppi monopolistici come Clarín in Argentina e O ´Globo in Brasile) e dei social, i cui dati sono manipolati dai servizi di intelligence, come dimostrato dal recente scandalo di Cambridge Analytica/Facebook portato alla luce sempre da Wikileaks. Con il lawfare si punta dunque, ancora una volta, alla “sparizione” dei nemici politici del neoliberalismo, conseguita attraverso la delegittimazione mediatica e la persecuzione giudiziaria. Chi, come Lula, Correa e Kirchner, rivendica la priorità dell’interesse comune su quello privato e per questo pianifica politiche di sviluppo nazionale in contrapposizione alla economia globale che favorisce solo le multinazionali e le grandi banche, diventa la vittima prioritaria di questa guerra. Il lawfare si presenta dunque come il superamento dell’imparzialità giuridica: lo stato d’eccezione a servizio del senso comune neoliberista, che si auto-percepisce come una forma di naturalità che i populisti (progressisti, socialisti, peronisti, keynesiani, ecc.) osano sfidare. Per questi ultimi non c’è presunzione di innocenza perché i media si impegnano quotidianamente ad accusarli di colpevolezza. Ciò consente alle autorità giudiziarie di farli incarcerare preventivamente, come nel caso di Lula, senza che l’opinione pubblica si scandalizzi più di tanto, o istruire una causa in seguito alla denuncia o testimonianza di qualsiasi cittadino, come nel caso di Correa e Cristina Kirchner, e incaricare giudici ad hoc (una sorta di inquisitori) ché la dirigano; il tutto in barba a qualsiasi regola giuridica. Volendo essere ancora più chiari: il lawfare dà una parvenza di legalità all’eccezionalità, alla persecuzione e all’intimidazione. È estraneo al sistema democratico perché lo sostituisce: infatti decide chi vi deve partecipare e chi invece deve esserne escluso. Promuove il discredito mediatico approfittando della lentezza del tempo giuridico: per questo tipo di strategia, infatti, la condanna non è l’aspetto fondamentale, ma solo il percorso attraverso il quale infangare la reputazione della vittima; perché anche se alla fine del processo risultasse innocente, lo scopo principale sarebbe stato ottenuto: la sua carriera politica sarebbe stroncata e, cosa più importante per l’ordine neoliberista, delegittimato il suo vincolo con settori sociali meno abbienti. Ottenuto ciò, tale ordine può quindi presentasi, anche ai ceti popolari, come l’unico paladino della legalità, l’unico “naturalmente” predisposto alla trasparenza (cioè contrario alla corruzione) poiché segue la logica e “il modo di fare le cose” (correttamente) proprio del settore privato, e proporre quella degli imprenditori come l’unica classe politica credibile. Questo è quanto avvenuto in Argentina, nel 2015, con l’elezione a presidente di Mauricio Macri e  in Brasile, nel 2018, con la vittoria di Jair Bolsonaro.

Ma forse l’evidenza della guerra ibrida in corso nel continente latinoamericano per propiziare l’ordine neoliberista risulta ancora più chiara se si guarda a quei casi in cui il lawfare è utilizzato “al rovescio”, vale a dire: quando l’apparato giudiziario si eleva al di sopra degli altri poteri e manipola gli strumenti legali  per garantire lo status quo, alleandosi con la stampa affinché taccia su certi casi di corruzione che coinvolgono impresari o personalità politiche di destra, evitando la loro esposizione di fronte all’opinione pubblica. Così, accade che in Brasile il principale imputato del più grande scandalo di corruzione d’America Latina, Lava Jato (si parla di tangenti per il valore di 300 milioni di dollari), l’imprenditore Marcelo Odebrecht, permanga agli arresti domiciliari, mentre l’ex presidente Lula sconti in carcere una pena di 13 anni in seguito ad una accusa (fondata su un’email e un solo testimone) di “corruzione passiva” per il possesso di un appartamento, la cui proprietà appartiene ad altra persona, e nel quale non ha mai vissuto, come dichiarato da ben 73 testimoni, le cui deposizioni il giudice Sergio Moro ha ovviamente ignorato o rifiutato. E in Argentina la musica non è differente: si tutela sempre l’imprenditore. Anche qui, mentre è in atto la farsa giudiziaria del giudice Claudio Bonadio contro l’ex presidente Cristina Kirshner, il presidente Mauricio Macri concede un condono fiscale al padre, l’imprenditore Franco Macri, per l’enorme debito accumulato verso lo Stato quando era proprietario del Correo Argentino.

Tutto questo, ripeto, sta accadendo ora, in questo momento, in America Latina, con la piena complicità degli Stati Uniti e nella totale indifferenza dell’Europa. L’unica voce critica sollevatasi contro il lawfare in atto nel continente sudamericano è quella di Papa Francesco. Il 6 giugno di quest’anno, in occasione della visita della delegazione dei giudici e pubblici ministeri latinoamericani in Vaticano, Bergoglio ha affermato che il lawfare pone seriamente a rischio la democrazia nella regione: “Per garantire la qualità istituzionale degli stati è fondamentale – ha aggiunto il pontefice – individuare e neutralizzare questo tipo di pratica, che combina uno scorretto impiego della giustizia con fantasiose operazioni mediatiche”… ma sono sicuro che anche questa notizia, alla maggioranza degli italiani, sia sfuggita.

                                                                                                                    Antonio Sparano

 

Fonti:

https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201906111087591292-lawfare-guerra-juridica-que-es-eso/

https://mundo.sputniknews.com/blogs/201902271085742550-argentina-lawfare-corrupcion/

https://www.celag.org/lawfare-la-via-legal-al-neoliberalismo/

https://www.celag.org/wp-content/uploads/2017/03/LawfareT.pdf

https://www.celag.org/libreto-lawfare-contra-rafael-correa/

https://latinta.com.ar/2019/07/lawfare-como-arma-politica/

https://www.eltelegrafo.com.ec/noticias/columnistas/1/la-guerra-juridica-o-lawfare

https://www.elperiodico.com/es/internacional/20190610/iinvestigacion-periodistica-desmonta-inculpacion-lula-7497703

http://motoreconomico.com.ar/opinion/lawfare-y-guerra-hbrida-la-disputa-geopoltica-en-amrica-latina

https://www.pagina12.com.ar/69019-la-guerra-juridica

https://www.laizquierdadiario.com/Los-chats-que-revelan-el-trasfondo-politico-del-proceso-que-llevo-a-la-carcel-a-Lula

https://latinoamericapiensa.com/que-dicen-los-mensajes-filtrados-entre-moro-y-los-fiscales/17735/

https://www.elcohetealaluna.com/lawfare-las-carceles-de-la-politica-latinoamericana/

https://es.wikipedia.org/wiki/Memor%C3%A1ndum_de_entendimiento_Argentina-Ir%C3%A1n

 

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