Nessuno può porsi al di sopra della legge

Riceviamo e pubblichiamo una nota di Antonio Sparano, ricercatore presso l’Università di Buenos Aires

Questa mia breve riflessione sulla superiorità della legge prende spunto da uno dei dialoghi giovanili di Platone, vale a dire: il Critone. In realtà, l’idea è nata in seguito allo scontro tra alcuni sindaci e presidenti di regione ed il ministro dell’interno Salvini in merito al nuovo “decreto sicurezza” varato dall’attuale governo Italiano. Premetto che nemmeno al sottoscritto tale nuova legislazione va a genio, dal momento che penso celi i prodromi di una deriva xenofoba assai pericolosa. Ma è proprio questo il punto: in democrazia, si può pretendere che le proprie convinzioni etiche modifichino le decisioni politiche? Può un singolo cittadino, in nome della propria idea di giustizia, andare contro le leggi del proprio Stato? Ed inoltre, si è proprio certi che, in un caso del genere, disobbedire ad una cattiva legge dello Stato, sia l’unica maniera di mostrarsi responsabili verso la vera giustizia, e quindi il bene comune?

Nel Critone Platone racconta un fatto avvenuto dopo la condanna a morte di Socrate e prima della sua esecuzione. Dopo l’esito negativo, e soprattutto ingiusto, del processo e la successiva condanna, molti discepoli, con alla testa Critone, suo coetaneo e amico, per sottrarlo alla pena di morte, progettano di farlo evadere dal carcere. Quindi, gli presentano il piano, ma Socrate lo respinge in modo categorico, e spiega le sue ragioni, che qui proverò a sintetizzare.

Due sono le idee di fondo espresse nell’opera e che, a mio avviso, sono fondamentali per capire cos’è?, cosa intende Platone, ma anche il sottoscritto, per “superiorità della legge”.

   In primo luogo, Socrate sostiene, rovesciando una consuetudine tipica dei suoi tempi, ossia quella di difendersi dalle offese ricevute rispondendo allo stesso modo, che all’ingiustizia non si deve rispondere con ingiustizia, in quanto non si deve fare il male a nessuno, neppure in risposta ad un male ricevuto; quindi, non si devono mai commettere in alcun modo azioni ingiuste. La sua fuga dal carcere, sebbene in risposta all’ingiusta condanna a morte, sarebbe stata a sua volta un’ingiustizia contro lo Stato; per cui, meglio morire, sostiene Socrate, che trasgredire le leggi.

Ma la tesi fondamentale avanzata nel dialogo è che il vero “vincere” consiste non nell’imporre con violenza ciò che si vorrebbe, ma nel persuadere gli altri. Il vero vincere sta nel con-vincere.

Se si guarda alla situazione politica odierna, ci si rende conto che i temi affrontati da Platone nel Critone sono ancora attualissimi: il conflitto tra le proprie convinzioni etiche personali e le leggi del proprio Stato è, tutt’oggi, un problema centrale nella coscienza di ciascun cittadino, e questo al di là del ruolo che occupa all’interno della comunità politica. E su questa questione, come visto, la posizione di Socrate/Platone è chiarissima: è vero che ciascun cittadino deve tenere in massimo conto il vivere bene, dice il nostro filosofo, ma ciò significa vivere secondo giustizia, ovvero, rispettando anzitutto le leggi del proprio Stato.

Nel caso dello scontro politico che coinvolge il ministro Salvini e alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, tra cui il presidente della Toscana Enrico Rossi e i sindaci di Napoli, Luigi De Magistris, e di Palermo, Leoluca Orlando, non v’è dubbio sul fatto di trovarsi in una situazione molto affine a quella in cui si trova il Socrate del Critone: la discutibilità, per non dire la dissolutezza del decreto sicurezza è quantomai evidente, ma pensare di costringere il governo a ritirarlo disobbedendo ad esso, ossia contravvenendo ad una legge dello Stato, e provare così ad attenuare la deriva della nostra democrazia, significa non aver ben chiaro la propria responsabilità di fronte alla comunità politica di cui si è parte. Ciascun cittadino, afferma il nostro filosofo, deve tutto alle leggi: le leggi lo proteggono sin dalla sua nascita, garantiscono la sua vita, il suo onore, il suo patrimonio, la sua libertà. Le leggi, direbbe Socrate, sono sacre. Questo no significa che siano impassibili e perfette, anzi, per l’ateniese sono ispirate al principio del continuo perfezionamento. Ma questo perfezionamento non può essere frutto soltanto del “buon senso” di pochi, o, peggio, della loro supposta “ragione”. Ancor più perché rappresentanti delle istituzioni, i suddetti esponenti politici dovrebbero riaffermare sempre, tra i cittadini, il primato e la sovranità delle leggi, e nel caso di una loro involuzione rispetto al patrimonio etico della comunità politica (in questo caso: ai principi costituzionali), convincerli a ravvedersi, a lasciarsi guidare dal pensiero e non dagli istinti, perché la democrazia è e resta il governo della ragione. Ripeto: nessuno può pensare di correggere una legge, semplicemente non rispettandola, tanto meno colui che pensa di essere un politico saggio (e/o sapiente). E a chi potrebbe obiettare che contro una legge ingiusta si è obbligati ad opporsi per la propria responsabilità nei confronti della vera giustizia, responsabilità alla quale, direbbe lo stesso Platone, nessuno può sottrarsi, rispondo che tale obbligo morale verso ciò che è veramente giusto va concretizzato, altrimenti resta mero desiderio; e in politica, concretizzare, ovvero realizzare ciò che è giusto, significa coinvolgere (e convincere) in un tale proposito anche gli altri cittadini, non imporglielo.

Infine, riguardo a questa faccenda, mi permetto di aggiungere due considerazioni personali, ma allo stesso tempo attinenti al testo platonico in questione:

1) I cosiddetti “amministratori ribelli” sostengono che non applicheranno la nuova legislazione in tema di sicurezza, nota anche come “decreto Salvini”, perché violerebbe palesemente l’articolo 3 della nostra Costituzione; per intenderci, quello che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”. A mio avviso questa accusa è più che fondata, ma il punto è un altro: è solo la politica nazionale di Salvini, di cui il suddetto decreto è espressione, ad essere discriminante, o lo è anche quella di quei politici locali, che pur auto-proclamandosi progressisti, nelle realtà che amministrano amplificano le differenze tra i quartieri popolari e poveri e quelli ricchi e borghesi, migliorando costantemente la vivibilità di questi ultimi e lasciando nel degrado quelli più periferici? Non è discriminazione anche questa? Non ci si può appellare ai principi costituzionali solo in nome della misera propaganda e della sterile demagogia.

2) Inoltre, penso che a costoro possa essere rivolta la stessa obiezione che Socrate, nella parte conclusiva del Critone, fa a se stesso: chi, come questi “ribelli”, per una qualsiasi ragione, non gradisce più le leggi del proprio Stato, le stesse leggi che l’hanno allevato ed educato, e che l’hanno fatto partecipe, con tutti gli altri cittadini, di tutti i beni, materiali e non, che potevano fornirgli, inclusa la possibilità di partecipare alla vita politica, può sempre trasferirsi dove più gli aggrada, e là dove, come nel loro caso, ricopra un funzione pubblica,  rinunciare a questa. Ma se resta, significa che accetta il modo con cui tutte le leggi amministrano la giustizia e gli affari dello proprio Stato, e quindi si impegna all’obbedienza di ciò che esse comandano, perché, in caso contrario, è lui a commettere ingiustizia, in quanto non solo non si impegna a persuadere gli altri cittadini della loro perfettibilità, ma, come direbbe Socrate, disobbedisce a chi (la legge, appunto) gli ha dato la vita, perché, non bisogna mai dimenticarlo, senza legge non vi sarebbe vita politica, ma solo mera esistenza.

Antonio Sparano

Ricercatore presso l’Università di Buenos Aires

 

 

(foto copertina “Signora della Giustizia, Palazzo Pitti – Firenze)

 

 

 

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